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L'inferno non esiste
da Anime di smeraldo: sono molto felice di rassicurarvi: io non credo nell’inferno.
Non credo, almeno, nell’inferno che ci è stato raccontato per secoli, quello popolato da demoni armati di forconi e anime condannate a bruciare per l’eternità. È un’immagine che ha accompagnato intere generazioni e che, bisogna ammetterlo, possiede una straordinaria capacità di terrorizzare. Da bambina mi sono chiesta più volte come potesse un Dio descritto come infinitamente buono e misericordioso decidere di infliggere una tortura eterna a una propria creatura. Le due immagini, nella mia mente, semplicemente non riuscivano a convivere.
Naturalmente le religioni, le tradizioni e gli studiosi hanno interpretato il concetto di inferno in modi molto più complessi della rappresentazione popolare alla quale siamo abituati. Io, però, posso parlarvi soltanto della convinzione che ho maturato attraverso il mio percorso. Nelle esperienze che considero comunicazioni con l’altra dimensione non ho mai percepito un luogo creato per punire eternamente le anime. Non ho incontrato un regno governato dal male e non credo che esista un essere supremo impegnato a registrare i nostri errori in attesa di presentarci il conto alla fine della vita.
Credo, però, che esista qualcosa che io chiamo lato oscuro. Anche in questo caso devo precisare che si tratta del nome che ho scelto per descrivere una mia percezione. Non è un luogo identificato dalla scienza e non pretendo di possedere una cartina geografica dell’aldilà. Quando parlo di lato oscuro mi riferisco a una condizione nella quale percepisco alcune anime lontane da quella luce e da quell’amore universale che, per me, rappresentano la nostra vera natura.
Non credo che qualcuno le abbia cacciate, ma che siano state loro ad allontanarsi. La differenza può sembrare sottile, ma per me è fondamentale. Nella mia visione Dio, l’energia universale o qualunque nome vogliate utilizzare per indicare ciò che esiste al di sopra della nostra comprensione, non rifiuta le proprie creature. Se davvero esiste un amore assoluto, non riesco a immaginarlo mentre chiude una porta e condanna qualcuno per l’eternità.
Credo piuttosto nella possibilità della scelta. Durante la vita possiamo allontanarci profondamente da ciò che siamo, vivere nella rabbia, nell’odio e nella volontà di distruggere gli altri. Possiamo scegliere continuamente noi stessi a discapito di chiunque ci circondi e arrivare a perdere qualsiasi forma di empatia. Non so cosa accada a una coscienza che termina la propria esperienza terrena in una condizione simile. Posso soltanto raccontarvi ciò che ho percepito e le idee che ho costruito negli anni.
Per molto tempo ho immaginato queste anime intrappolate in una sorta di ciclo. Non un girone infernale e nemmeno una prigione sorvegliata da qualche creatura mostruosa, ma una condizione di stallo nella quale l’anima continua a ripetere esperienze senza riuscire a comprenderne il significato. È come trovarsi continuamente davanti alla stessa lezione e continuare a sbagliare la risposta, non perché l’insegnante ci odi, ma perché non abbiamo ancora capito ciò che dovremmo imparare.
Nella mia visione della reincarnazione, l’esperienza terrena permette alla coscienza di conoscere emozioni e situazioni che non appartengono a quella dimensione di amore assoluto che considero la nostra casa. Se un’anima attraversa una vita senza comprendere nulla delle proprie azioni, forse torna e continua a tornare fino a quando qualcosa cambia. Questa è una mia convinzione e non so se esista realmente un ciclo obbligatorio di rinascite, così come non so se le anime che percepisco lontane dalla luce possano scegliere, in qualsiasi momento, di tornare verso di essa.
Mi piace pensare di sì. Anzi, probabilmente ne sono quasi convinta. L’idea di una condanna eterna mi sembra incompatibile con tutto ciò che ho percepito dell’amore dall’altra parte. Forse persino il lato oscuro non è eterno, ma soltanto una strada sulla quale alcune anime impiegano più tempo a ritrovare la direzione.
Una delle letture che mi spinse a mettere profondamente in discussione l’immagine tradizionale dell’inferno fu Il frutto proibito della conoscenza di Igor Sibaldi. È un libro che mi aprì innumerevoli orizzonti e, se mai l’autore dovesse avere la stragrande fortuna, o la terribile sventura, di leggere queste pagine, sappia che gli sono profondamente grata.
Sibaldi affronta il diavolo, l’inferno e il tema della conoscenza attraverso una lettura spirituale e simbolica molto distante dalla rappresentazione alla quale siamo abituati. Nel libro il diavolo viene interpretato come un antico Signore delle Porte e associato alla paura della nostra stessa evoluzione e delle possibilità racchiuse nella conoscenza. Non è una pubblicazione scientifica e non deve essere letta come tale. È un’esplorazione spirituale e interpretativa, ma per me fu importante perché mi costrinse a pormi una domanda: quanta parte delle nostre convinzioni sull’aldilà nasce da ciò che abbiamo realmente sperimentato e quanta, invece, dalle immagini che ci sono state consegnate?
Per secoli la paura è stata uno strumento potentissimo e non intendo trasformare questo capitolo in un processo alla Chiesa, perché sarebbe semplicistico attribuire a un’unica istituzione la costruzione di concetti che attraversano religioni e culture differenti. Tuttavia è innegabile che la paura della punizione ultraterrena abbia avuto un peso enorme nella storia religiosa dell’Occidente. La frase «se fai questo, andrai all’inferno» possiede una forza spaventosa, perché non promette una punizione temporanea, non concede appello e parla direttamente di eternità.
Quando ero bambina, il concetto stesso mi terrorizzava. Poi, crescendo, iniziai a domandarmi quale colpa umana potesse giustificare una sofferenza senza fine. Anche la figura di Lucifero cominciò a incuriosirmi e negli anni scoprii quanto la storia delle parole, delle traduzioni e delle interpretazioni religiose fosse più complessa delle versioni semplificate che avevo conosciuto. Non mi interessa stabilire in queste pagine quale lettura teologica sia quella corretta. Ciò che mi interessa è raccontarvi il momento in cui compresi che persino immagini considerate immutabili potevano essere osservate da prospettive differenti.
Il secondo libro che ebbe un peso enorme nel mio percorso fu Milioni di farfalle di Eben Alexander.
Qui devo correggere una cosa che per anni ho raccontato in modo impreciso. Alexander non rimase per un tempo indefinito senza battito cardiaco. Nel 2008 fu colpito da una grave meningoencefalite batterica e rimase in coma per circa una settimana. Era un neurochirurgo con una lunga esperienza professionale e aveva lavorato per anni anche in ambito accademico. Prima di quell’esperienza era profondamente scettico rispetto all’idea che la coscienza potesse esistere indipendentemente dal cervello. Fu proprio ciò che sostenne di aver vissuto durante il coma a modificare radicalmente le sue convinzioni.
Il suo racconto mi colpì perché non comincia con prati meravigliosi e cori angelici. Alexander descrive inizialmente una dimensione oscura e primitiva, una sorta di ambiente fangoso e claustrofobico popolato da forme e rumori inquietanti. La sua percezione di sé era profondamente ridotta e non conservava i normali riferimenti della propria identità.
Quando lessi quelle pagine pensai immediatamente al lato oscuro. Non perché Alexander utilizzasse necessariamente la mia stessa interpretazione e nemmeno perché il suo racconto dimostrasse ciò in cui credevo, ma perché riconobbi qualcosa che assomigliava all’immagine che avevo costruito nella mia mente: una condizione lontana dalla luce, confusa e quasi priva di direzione.
Nel suo racconto, però, a un certo punto qualcosa cambia. Alexander descrive una luce che attraversa l’oscurità e il passaggio verso una realtà completamente differente, fatta di colori di un’intensità straordinaria, paesaggi e una moltitudine di farfalle. È proprio da quell’immagine che nasce il titolo italiano del libro. La sua esperienza prosegue attraverso ciò che interpreta come livelli differenti di una realtà spirituale, fino al contatto con una presenza divina che chiama Om. Nel suo resoconto, Alexander associa questa presenza a un amore incondizionato e a una realtà immensamente più vasta di quella fisica.
Quando lessi Milioni di farfalle rimasi profondamente colpita. Non perché ogni dettaglio coincidesse con le mie esperienze, perché non era così, ma perché riconoscevo continuamente sensazioni che avevo faticato a spiegare: la luce percepita quasi come una presenza, l’impossibilità di descrivere determinati colori e soprattutto quell’amore che sembra rendere improvvisamente insufficiente qualsiasi parola.
Era l’amore a colpirmi ancora una volta. Lo avevo incontrato nelle testimonianze delle esperienze di pre-morte, nelle mie comunicazioni e nei racconti di persone che sostenevano di aver percepito qualcosa oltre la realtà ordinaria. Continuava a tornare lo stesso concetto, espresso da persone differenti e attraverso parole diverse, ma con una difficoltà comune: nessuno sembrava realmente capace di descriverne l’intensità. Per me era impossibile ignorare questa ricorrenza.
Il caso di Eben Alexander ha suscitato anche numerose critiche scientifiche. Alcuni neurologi e studiosi hanno contestato soprattutto la sua interpretazione secondo la quale l’esperienza dimostrerebbe che la coscienza possa esistere indipendentemente dal cervello. È stata proposta, per esempio, la possibilità che i ricordi si siano formati durante la fase di uscita dal coma, quando l’attività corticale stava recuperando. Questo dibattito esiste ed è corretto raccontarlo, perché le critiche non cancellano l’esperienza personale di Alexander, ma ne discutono l’interpretazione.
Ed è una differenza importante, forse la stessa che accompagna tutto il mio percorso. Io posso raccontarvi di aver visto Michael ai piedi del mio letto e uno studioso può spiegarmi che un’immagine ipnagogica può essere estremamente realistica. La sua spiegazione non cancella ciò che ho visto e, nello stesso tempo, la mia esperienza non dimostra automaticamente che fosse realmente Michael. Tra queste due posizioni esiste uno spazio enorme ed è proprio lì che si trova questo libro.
Non voglio costringervi a scegliere tra fede e scienza come se fossero due eserciti schierati uno davanti all’altro. Preferisco raccontarvi ciò che ho vissuto, mostrarvi ciò che altri hanno raccontato e distinguere, ogni volta che posso, i fatti documentabili dalle interpretazioni spirituali. Credo che sia l’unico modo corretto di affrontare un argomento tanto delicato senza chiedere al lettore un atto di fede nei miei confronti.
La mia interpretazione rimane che l’inferno non esista. Credo che possano esistere condizioni di lontananza dalla luce e che un’anima possa perdersi, esattamente come possiamo perderci durante la vita. Credo che possa ripetere gli stessi errori e rimanere intrappolata nella propria incapacità di comprendere, ma non riesco a credere nella condanna eterna.
Se l’amore che ho percepito dall’altra parte è realmente ciò che penso, non posso immaginare che abbandoni qualcuno per sempre, nemmeno l’anima più oscura. Forse il male consiste proprio nel dimenticare completamente chi siamo, nel perdere ogni contatto con quella parte universale alla quale apparteniamo e continuare a ripetere gli stessi errori perché non ricordiamo più la strada.
Ed è per questo che mi piace pensare che la redenzione non sia una sentenza pronunciata da qualcuno seduto su un trono e nemmeno un premio concesso alle anime che hanno finalmente imparato a comportarsi bene. Forse è qualcosa di molto più intimo e complesso. Forse arriva nel momento in cui una coscienza comprende ciò che ha fatto, riconosce il dolore che ha provocato e riesce nuovamente a percepire quella luce dalla quale si era allontanata.
Forse, alla fine, nessuno viene salvato.
Forse ci ricordiamo semplicemente la strada di casa.
Note e pubblicazioni
1. Il frutto proibito della conoscenza — Igor Sibaldi.
2. Milioni di farfalle — Eben Alexander, 2012.
3. Near-Death Experiences, the Mind-Body Debate & the Nature of Reality — Eben Alexander, 2015.
4. Full Neurological Recovery From Escherichia coli Meningitis Associated With Near-Death Experience — Khanna et al., 2018.
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