đ Parte 2 (Cap. III-IV)
PipĂŹ cade in un gran fiume e viene ripescato.
Dopo aver camminato tre giorni e tre notti, senza prendere un minuto di riposo, finalmente la bestia che portava in groppa il sacco con lo scimmiottino dentro, si fermò tuttâa un tratto, e data una gropponata, scaricò il sacco in mezzo a una solitaria campagna.
E la gropponata fu cosĂŹ brusca e violenta, che il sacco, cadendo a terra, seguitò a ruzzolare sullâerba per un mezzo chilometro. Figuratevi quante capriole dovè fare, al buio, il povero scimmiottino.
Ma il momento piÚ brutto per lui fu quando si provò a rompere il sacco per uscir fuori.
Adoperò gli unghioli, e non concluse nulla: adoperò i denti e nulla. Rifinito allora dallo strapazzo e dalla fame, cominciò a piangere come un bambino.
â Chi è che piange? â domandò un grosso topo, che passava per caso da quella parte.
â Sono io!… sono un povero scimmiottino che muore di fa…. â
Ma non potè finire la parola, perchè gli fu troncata a mezzo da un lunghissimo e sonoro sbadiglio, che gli scappò di bocca.
â Esci fuori, e mangerai.
â Si fa presto a dire esci fuori: ma la vuoi intendere che non posso uscire?
â Perchè?
â Perchè non mi riesce di rompere il sacco.
â Lascia fare; il sacco lo romperò io. â
Detto fatto, il topo si distese lungo sullâerba, e cominciò a rosicchiare con quanta forza aveva neâ denti.
Ma il sacco non cedeva, perchè era piÚ duro del cuoio.
â Quanto tempo ti ci vorrĂ per bucarlo? â domandò lo scimmiottino.
â Il sacco resiste: ma in quattro o cinque mesi spero di averlo bucato!
â Cinque mesi? â strillò di dentro il povero PipĂŹ – ma dopo cinque mesi troverai nel sacco appena i miei ossi e i miei unghioli!… â
E ricominciò a piangere piÚ forte che mai.
â Chi è che piange? â domandò un vitello, che pascolava lĂŹ vicino.
– Ă un disgraziato scimmiottino, che non può uscire di dentro da quel sacco – rispose il topo.
â Perchè non può uscire?
â Perchè il sacco è cosĂŹ duro, che non câè verso di romperlo.
â Lascia fare a me, che con un cozzo delle mie corna lo sfonderò, come se fosse fatto di foglie di lattuga. â
E il vitello, senza stare a dir altro, si tirò indietro; e presa la rincorsa, andò a testa bassa a battere una terribile cornata nel sacco.
â Ohi! son morto!… â gridò di dentro il povero PipĂŹ; e non disse altro.
Intanto il sacco, a quellâurto screanzato, riprese di nuovo a ruzzolare per terra, come una vescica piena dâaria: e il topo e il vitello a corrergli dietro per fermarlo: e il sacco via…. ruzzolava sempre piĂš lesto…. e il topo e il vitello a rincorrerlo a salti e con la lingua fuori.
E dopo aver corso una giornata intera, e, quando erano proprio lĂŹ lĂŹ per raggiungerlo, il sacco fece altri due ruzzoloni e giĂš…. cadde in un fiume cosĂŹ profondo e cosĂŹ largo, che non si vedevano le sponde da una parte allâaltra.
La mattina dopo alcuni pescatori bussarono alla porta di un bel palazzo, e al servitore che veniva ad aprire, chiesero premurosamente:
â Ă alzato il padroncino Alfredo?
â Il padroncino â rispose il portiere â è nella sala terrena, che prende il caffè e latte.
â Avvisatelo, che stamani allâalba abbiamo pescato nel fiume il famoso sacco….
â Che cosâè mai questo sacco?
â Gli è quello che il padroncino aspetta da parecchi giorni. â
Appena il portiere ebbe fatta lâimbasciata, tornò in un Ă ttimo sulla porta, e disse ai pescatori:
â Passate subito. â
I pescatori entrarono col sacco sulle spalle, e giunti alla presenza del padrone, lo posarono delicatamente sul pavimento.
â Apritelo! â disse il giovinetto Alfredo.
â Ă impossibile, signor padrone. Ci siamo provati a sfondarlo con gli scalpelli, con le scuri e coâ trapani, ma il sacco è piĂš duro del macigno.
â Prendete questo spillo, e bucatelo. â
E nel dir cosĂŹ, il giovinetto Alfredo si levò dal fazzoletto da collo uno spillo dâoro, sormontato da una grossa perla, sulla quale (cosa singolarissima!) si vedeva dipinta la testa di una bella bambina coi capelli turchini.
I pescatori presero lo spillo in mano, e guardandosi fra loro stupefatti, pareva che volessero dire: ÂŤCome è possibile che con questo spilluccio dâoro si possa forare un sacco, che ha resistito ai trapani e agli scalpelli?Âť
â Bucate subito quel sacco! â ripetè Alfredo con voce di comando.
I pescatori, per atto di ubbidienza si chinarono, provandosi a infilare la punta dello spillo; e immaginatevi quale fu la loro meraviglia, quando si accorsero che lo spillo entrava con tanta facilitĂ , come se il sacco fosse stato di polenta o di panna montata.
Appena bucato leggermente, il sacco si aprÏ in due parti, e lasciò vedere un povero scimmiottino, tutto malconcio, che dava appena gli ultimi segni di vita.
Alfredo prese lo scimmiottino in collo e gli bagnáť la bocca con poâ di latte tiepido.
A poco per volta PipĂŹ si riebbe ed aprĂŹ la bocca. Allora Alfredo gli pose in bocca una pallina di zucchero e un crostino imburrato.
PipĂŹ inghiottĂŹ il crostino e lo zucchero, senza far nemmeno lâatto di masticarli.
Poi aprÏ gli occhi e li fissò negli occhi di quel simpatico giovinetto, che aveva per lui tante cure e tante attenzioni: e pareva quasi che volesse ringraziarlo.
Alla fine, quando a furia di latte, di crostini e di palline di zucchero, PipÏ ebbe ripreso tutte le sue forze, allora saltò in terra, e stando ritto sulle gambe di dietro, cominciò a coprir di baci la mano del suo piccolo benefattore.
I pescatori, tutta gente dâottimo cuore, commossi a questa scena, facevano i lucciconi e si rasciugavano gli occhi: ma il padroncino Alfredo disse loro:
â Andate alle vostre faccende e chiudete la porta di sala: ho grandissimo desiderio di parlare a quattrâocchi con questo scimmiottino. â
PipĂŹ diventa lâamico del giovinetto Alfredo.
Quando Alfredo e Pipi si trovarono soli, cominciarono a guardarsi lâuno con lâaltro, senza fiatare e senza fare il piĂš piccolo gesto.
E si guardarono per un pezzo.
Alla fine Alfredo, non potendo star piÚ serio, dètte in una gran risata: e lo scimmiottino fece altrettanto.
E risero tuttâe due sgangheratamente, senza sapere il perchè, come ridono i ragazzi un poâ giuccherelli, quando si lasciano prendere dalle convulsioni del riso. Sfogati che si furono, Alfredo disse allo scimmiottino:
â Come ti chiami di nome?
â PipĂŹ.
â E il tuo casato? â
Lo scimmiottino ci pensò un poco; e poi, grattandosi lesto lesto il capo, rispose:
â PipĂŹ senza casato.
â Quanti anni hai?
â Sono il piĂš piccino deâ miei fratelli.
â E i tuoi fratelli che etĂ hanno?
â Sono piĂš giovani del babbo e della mamma.
â Ho capito tutto â disse il giovinetto ridendo. Poi gli domandò:
â E la coda dove lâhai lasciata?
â Non lo so.
â Come non lo so?
â Lâavrò perduta per la strada! Sono cosĂŹ scapato!…
â Eh via! Ti par possibile che uno scimmiottino possa perdere la coda per la strada?
– Allora vuol dire che lâavrò lasciata a casa. Sono partito con tanta fretta, che non ho avuto il tempo di vedere se avevo preso con me tutto il bisognevole.
â Dimmi, PipĂŹ, le dici mai le bugie?
â Qualche volta…. specialmente quando mi vergogno a dire la veritĂ ….
â Ti fa torto: le bugie non vanno dette mai.
â Non le dirò piĂš.
â Raccontami dunque la veritĂ . Comâè che hai perduta la coda? –
PipÏ, invece di rispondere, cominciò a strofinarsi gli occhi, poi disse piangendo:
â Me…. lâhanno…. mangiata!…
â E chi te lâha mangiata?
â ArabĂ -BabbĂ , un coccodrillaccio, che mangerebbe anche il fuoco!…
â E come avvenne che te la mangiò?
â Io volevo fare il chiasso…. e lui fece per davvero.
â Oh povero PipĂŹ!
â E che bella coda! Una coda, la creda, signore…. Come si chiama lei?
â Alfredo.
â E il casato?
â Alfredo senza casato.
â Lo creda, signor Alfredo senza casato, una coda che faceva gola soltanto a vederla. Quella coda era tutto il mio patrimonio.
â E perchè sei scappato di casa?
â Non sono scappato…. mi hanno chiuso in un sacco e mi hanno portato via.
â E ora che cosa pensi di fare?
â Qualche cosa farò. Io mi accomodo a tutto.
â Per esempio?
â Io mi contento di poco. A me mi basta di mangiare, di bere e di andare a spasso. Non domando nulla di piĂš.
â Sei discreto davvero! Ma chi ti darĂ da mangiare?
â Io confido in lei.
â Perchè no? Io son pronto a darti da mangiare: a patto però che tu sappia guadagnartelo. Sei avvezzo a lavorare?
â Se debbo dir la veritĂ , invece di lavorare, io mi diverto molto piĂš a veder lavorare gli altri.
â Vuoi prendere il posto di mio cameriere?
â Si figuri! â rispose PipĂŹ, stropicciandosi insieme le due zampine davanti per la grande allegrezza.
â Fra pochi giorni â riprese il giovinetto Alfredo â io partirò per fare un lungo viaggio. Durante questo viaggio, vuoi tu essere il mio cameriere, il mio compagno di avventure?
â Si figuri!
â A colazione ti darò ogni mattina cinque pere, cinque albicocche e un bel cantuccio di pan fresco; ti piace il pan fresco?
â Si figuri!
â A desinare mangerai alla mia tavola, e ti farò portare un piatto di pesche, di susine e di albicocche: ti piacciono le albicocche?
â Si figuri!
â A cena mangerai otto noci e quattro fichi dottati: ti piacciono i fichi dottati?
â Si figuri!
â Tutte le volte poi che farai qualche balordaggine o qualche cattiveria, allora con questo frustino ti affibbierò una carezza sulle gambe: ti piacciono le carezze fatte col frustino?
â Mi piacciono di piĂš i fichi dottati â mugolĂł PipĂŹ grattandosi il capo con tuttâe due le zampe.
â Accetti dunque i miei patti? â domandò Alfredo.
â Accetto tutto, fuori però che quelle carezze….
â Anche le carezze col frustino; se no, vattene!…
â Ma le carezze me le affibbierĂ adagino…. senza farmi male…. non è vero?
â Te le affibbierò secondo i tuoi meriti. Dunque?…
â Dunque fin da questo momento, io sono il suo cameriere, il suo segretario e il suo compagno di viaggio. –
Allora Alfredo andò verso la tavola e sonò un campanello dâargento.
A quella chiamata si presentò il solito servo sulla porta.
â Fate passare subito il sarto, con la paniera di tutto il vestiario. â
Il servo uscÏ: e dopo due minuti entrò il sarto con la paniera.
â Vestitemi quello scimmiottino con la livrea di mio cameriere â disse Alfredo.
Il sarto, senza farselo ripetere, prese dalla paniera due scarpine scollate di pelle lustra, con un bel fiocchetto di seta sul davanti e le calzò in piedi a PipÏ.
Poi glâinfilò un paio di calzoncini rossi da legarsi al ginocchio: e dal ginocchio in giĂš gli abbottonò un paio di piccole ghette colore di uliva fradicia.
Poi gli avvolse intorno al collo un fazzoletto bianco, inamidato e stirato a uso cravatta: lo aiutò a infilarsi una sottoveste di panno giallo e una giubbettina a coda di rondine, di panno nero, che gli tornava una pittura: e finalmente gli accomodò in testa un cappellino a cilindro, col suo bravo brigidino da una parte, come hanno tutti i camerieri dei grandi signori.
Quando PipĂŹ fu vestito tutto da capo ai piedi, Alfredo gli disse:
â Su, da bravo, vieni qua da me e vaâ a guardarti in quello specchio. â
Lo scimmiottino si mosse franco e spedito: ma non essendo avvezzo a portare le scarpe, fece un bellissimo sdrucciolone e cadde lungo disteso.
Figuratevi le risate di Alfredo e del sarto!
Il povero PipĂŹ faceva di tutto per rizzarsi, ma non gli riusciva. Puntava con sforzi inauditi i piedi in terra, ma i piedi scivolavano sui mattoni inverniciati: ed era subito unâaltra musata battuta sul pavimento.
Alla fine si rizzò: e toccandosi il naso che era tutto sbucciato, disse piangendo al padroncino:
â Io…. con le scarpe non so camminare…. Io voglio andare scalzo.
â Fatti coraggio, – disse Alfredo – con un poâ di pazienza ti avvezzerai anche alle scarpe. In questo mondo ci si avvezza a tutto.
â Ma io ci patisco troppo.
â Pazienza! In questo mondo ci si avvezza anche a patire, diceva il mio babbo. Su, su: vieni a guardarti allo specchio. â
Lo scimmiottino si mosse una seconda volta: ma camminava a sentita, con passo di formica, pianin pianino, come se avesse camminato sulle uova.
Giunto dinanzi allo specchio, diè appena una prima occhiata a volo: e tiratosi indietro spaventato, cominciò a strillare disperatamente:
â Oh come son brutto!… Oh povera mamma mia, come hanno sciupato il tuo scimmiottino!… Non sono piĂš io!… Non sono piĂš PipĂŹ!… Mi hanno vestito da uomo…. e sono diventato un mostro da far paura. Non voglio piĂš star qui: voglio andarmene…. voglio tornarmene a casa mia. Non voglio piĂš questi vestitacci; no, no, no!… â
E gridando e avvoltolandosi per terra, si levò le scarpe e le buttò nel caminetto: tirò il cappello sul viso del sarto, si strappò il fazzoletto bianco dal collo: e spiccato un gran salto, uscÏ fuori dalla finestra e si dètte a correre per i campi.
Povero PipÏ! correva e correva; ma non aveva ancora fatto cento passi, che sentÏ afferrarsi per i calzoncini dalla parte di dietro, e si trovò sollevato da terra, in bocca a un grosso cane di Terranuova.
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