<< Chiamami Arturo >>

libro impertinente sulla felicità

Manuale di crescita interiore

Grace Amber Jaxn

Sono convinta che ci siano libri che si animino di vita propria. Non solo perché ci portano in mondi magici, avventure fantastiche, amori struggenti e azione in prima linea, facendoci diventare i diretti protagonisti, i viaggiatori temerari, ma qualche volta si insinuano nella mente dell'autore indipendentemente dalla sua volontà. Credo sia il caso specifico di questo. Una notte, ti sveglia e ti penetra la mente come un fulmine a ciel sereno. Non hai scampo, sin che non ti decidi a scrivere ciò che ha da dire. Vuoi davvero scrivere un libro sulla felicità?" mi chiedevo perplessa. Ma l'interrogativo più lecito sarebbe quello di domandarsi se si ha o meno le carte in regola per un'impresa simile. Tutto sommato, sì. Sì, per un milioni di ragioni. Quindi mettetevi comodi ad ascoltare ciò che questo libro impertinente ha da dire. Quanto meno diamogli una chance.
Libro Impertinente sulla Felicità

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Libro Impertinente sulla Felicità

Qui puoi trovare in anteprima i primi sette capitoli del secondo libro della saga, clicca sul titolo del capitolo per leggerli:

Prefazione

“Non esistono voli perfetti ma perfetto è quando affronto i miei viaggi senza farmi condizionare dall’umore del vento”.

Anonimo

Sono convinta che ci siano libri che si animino di vita propria. Non solo perché ci portano in mondi magici, avventure fantastiche, amori struggenti e azione in prima linea, facendoci diventare i diretti protagonisti, i viaggiatori temerari, ma qualche volta si insinuano nella mente dell’autore indipendentemente dalla sua volontà. 

Credo sia il caso specifico di questo. Una notte, ti sveglia e ti penetra  la mente come un fulmine a ciel sereno. Non hai scampo, sin che non ti decidi a scrivere ciò che ha da dire. 

Vuoi davvero scrivere un libro sulla felicità?” mi chiedevo perplessa. Ma l’interrogativo più lecito sarebbe quello di domandarsi se si ha o meno le carte in regola per un’impresa simile.

Tutto sommato, sì. Sì, per un milioni di ragioni.

Quindi mettetevi comodi ad ascoltare ciò che questo libro impertinente ha da dire. Quanto meno diamogli una chance. 

«Chiamami pure Arturo» mi dice “lui”.

«Perché dovrei darti un nome?» chiedo all’aria, quasi incredula di ciò che sta succedendo.

«E perché non dovresti scusa? Ogni libro ha un’anima, non è solo quella dell’autore, ma è il mondo stesso dei libri ad averne una. Guai se non fosse così. Abbiamo un volto, la copertina, abbiamo uno status, il titolo e abbiamo un genitore, l’autore. Perché, quindi, non dovremmo avere un nome?».

«Ah, d’accordo, se lo dici tu. Ma ti rendi conto che sto parlando con qualcosa che sostiene di essere l’anima di un libro?» rispondo indispettita.

«Sì, convengo che possa sembrare inusuale, ma ti prego di fidarti di ciò che senti. Non solo con il cuore, anche con la mente, con i sensi».

«Va bene, mi fido. Anche perché mi pare di non avere alternative».

«Infatti, ormai sei in balia di quest’onda e non puoi fare altro che cavalcarla».

«Potrei rifiutarmi però, anche perché non so cavalcare le onde» ribatto quasi seccata.

«Beh, molti lettori non sanno che non sono solo loro a scegliere un libro. Spesso, se non sempre, è il libro stesso a sceglierli. E ugualmente succede per gli autori. Credono di essere il motore dell’opera, senza accorgersi che invece è la stessa ad emergere, prepotentemente, in autonomia. Quindi, cara Grace, ti conviene imparare a cavalcare l’onda».

Insomma, l’elaborazione di questo manuale si può ritenere autonoma. Arturo, così ha deciso e non posso far altro che obbedire. Sono solo il mezzo, la penna, la mano e la mente che muove le dita sulla tastiera. Questo libro arriva da un mondo fino ad ora sconosciuto, ne ignoravo totalmente l’esistenza. Come voi, immagino. Spero, o meglio, speriamo, con tutto il cuore che possa aiutarvi ad affrontare le piccoli e grandi difficoltà della vita e vi illumini il cammino.

Buon viaggio

Con affetto, Grace e Arturo

 

 

chiamami "arturo"

Non so esattamente chi o cosa sia Arturo, ma voglio tentare di approfondire l’argomento con lui, con la speranza di ottenere delle informazioni più precise su questa “fonte” incognita che mi parla attraverso un mezzo che ancora non ho ben compreso. Ho l’impressione che sia una sorta di spirito guida che ha deciso di abbracciare una forma letteraria per comunicare con noi. Provo a fargli qualche domanda.

G: «Arturo, puoi parlarci di te in modo che possiamo capire l’origine della tua presenza?».

A: «Certamente, non credo di essere qualcosa o qualcuno a te sconosciuto. Se ti guardi bene dentro, riconoscerai esattamente chi sono e da dove vengo».

Premetto che le sue risposte arrivano alla mia mente con una velocità e precisione allarmante, paragonabile solo al nostro caro Michael (N.d.R. “Anime di Smeraldo”), ma non voglio pensare che c’entri lui, altrimenti me lo avrebbe preannunciato e non avrebbe senso che prendesse una forma o una individualità diversa da ciò che è. E lo ammetto, scrivo senza correzioni o elaborazione del testo, giusto perché voglio passare il messaggio così com’è, integrale, nella sua pura essenza. Ma vado avanti a chiedere informazioni.

G: «Oddio, l’unico che mi viene in mente è Michael (N.d.R. “Anime di Smeraldo”)».

A: «No, non sono Michael ma ci sei vicina».

G: «Quindi mi stai dicendo che tutta la storia dell’anima del libro è tutta una balla??».

A:«No, assolutamente no. Non ho mentito, non avrei motivo di farlo. Pensaci Grace. Da dove potrebbe venire l’anima di un libro che sostiene di essere qualcosa che ha forma umana?».

G:«Non ne ho la più pallida idea. Ma un libro non ha forma umana».

A:«E chi lo ha detto? Siete voi a darci una forma cartacea, perché in realtà non ne abbiamo, ma pensa agli angeli Grace, o meglio, quello che per voi significa la parola angelo (e qui non si chiamano così) gli avete dato un volto, un’immagine, ma se ci pensi non hanno forma, sono esseri di luce, eterei, vacui, incorporei. Evanescenze di luce e amore universale. Ma in che modo potrebbero portare dei messaggi al vostro mondo se la maggior parte di voi è cieca e sorda?».

G:«Attraverso gli operatore di luce? Attraverso i testi? È questo che mi stai dicendo Arturo?».

A:«Sì, prendiamo le forme che voi riuscite ad accettare e a “vedere”».

G:«Mi stai dicendo che sei un angelo, Arturo?».

A:«No, ma non siamo molto lontani da loro, sai cosa sono gli Elohim Grace?».

G:«Mi dice qualcosa, l’ho letto da qualche parte ma sai che la mia memoria fa schifo».

A:«Controlla su Google, Elohim».

G:«Ho controllato: Dei umani dell’antico testamento appartenuti alla terra di Gerusalemme».

A:«Oddio Grace, voi chiamate Dei o Dio ciò che non capite. In realtà ci sono centinaia di popoli universali che non avete idea da dove arrivino o cosa siano. Certo è che la nostra conoscenza trascende la vostra, mi sembra ovvio. Ma non si tratta di un gioco di potere di chi è più evoluto, siamo popoli che mirano alla crescita di tutte le comunità e voi siete quelli più indietro nella sfera evolutiva di questa parte dell’universo».

G:«In pratica cosa sei?».

A:«Un libro umano in forma universale, una guida, un manuale di istruzioni dell’anima».

G:«Uhm, mi risulta difficile immaginarti».

A:«Perché stai pensando che scrivendo attraverso di me, tramite i tuoi libri, almeno avrai lasciato qualcosa al mondo? Pensi di dover morire a breve?».

G:«Non so, a volte mi sembra che ci sia qualcosa che mi spinga a farlo e mi chiedo se dietro non ci sia un motivo intrinseco. E perché no, la fine di questa vita terrena».

A:«Ma hai ancora tanto da scrivere Grace, quel qualcosa sono io, che ti ho mostrato la strada in diversi modi, ma ora che mi vedi e mi senti, mi hai dato un’identità, sai che esisto e che ti aiuto in questo cammino e in questa missione. No, non sono Michael, lo ribadisco, anche se in qualche modo ci assomigliamo. Lui ha una creatività incredibile ma anche la mia non scherza. Solo siamo su due linee differenti. Lui la musica, io le arti scritte. No, non elaborare ciò che arriva, riporta le parole così come te le dico».

G:«Posso almeno aggiungere le virgole??».

A:«Sì, sì e cambia tastiera che quella è un disastro».

G:«Però se devo esser onesta ancora non ho capito cosa sei».

A:«Allora, sono una forma senziente di conoscenza, che per aiutarvi a crescere, mi insinuo nelle anime dei libri e smettila di cercare di cambiare ciò che dico, scrivi esattamente cosa arriva, porca miseria. Ti devo sgridare?».

G:«Va bene, va bene, ma stai calmo».

A:«Mi fai arrabbiare, sei la prima a dire di non cambiare i blocchi di pensiero che arrivano e poi lo fai tu?».

G:«È che come al solito fatico a credere, sono scettica di natura, lo dovresti sapere».

A:«E fai male. Non puoi pensare di credere nell’aldilà e asserire di essere scettica sull’argomento».

G:«Non sono scettica sull’argomento, metto sempre in discussione la mia abilità di tradurre i vostri messaggi».

A:«E sbagli, perché sai meglio di me che ciò che arriva non lo devi cambiare, se ti dico che sono un elefante rosa, tu traduci elefante rosa».

G:«Ah, quindi sei un elefante rosa? Sai che faccio meno fatica a crederci?».

A:«Mi stai prendendo in giro Grace?».

G:«Scusa».

A:«Fatti un caffè che è meglio, ti aspetto qui».

 

 

Cos'è la felicità

A:«Grace, ti sei mai chiesta cos’è davvero la felicità?»

G:«Beh, per me e per molti, presumo, sia qualcosa da non ricercare altrove, bisogna averla dentro».

A:«Uhm, ancora non mi hai detto che cos’è per te».

G:«Il raggiungimento dell’equilibrio interiore, della consapevolezza, della percezione di noi stessi, in relazione al mondo esterno. Non potremmo mai essere felici fuori se non lo siamo dentro».

A:«Esiste una felicità interiore ed esteriore?».

G:«Certo, ci sono diversi tipi di felicità, quando ancora non ne conosci la vera essenza. Ma scusa, non hai detto di essere l’anima di questa opera? Dovresti essere tu a dire cos’è la felicità, non io. O sbaglio?».

A:«Non sbagli, ma dato che sono l’energia, la forza che lo guida e tu il mezzo, pongo le domande in modo che vengano esposte in maniera comprensibile. E poi, convieni con me che un dialogo con l’autore e il libro stesso sia meno noioso di un qualunque saggio di crescita interiore?».

G:«Sì, Arturo, forse hai ragione, ma sembriamo due comari sedute su una panchina che litigano per chi deve avere la parola».

A:«Qui non si litiga, ci si confronta».

G:«Noi non dovremmo confrontarci, io dovrei dare un’idea di cosa è la felicità, almeno questo riporta il titolo del libro. Non posso introdurre un argomento e nel frattempo battibeccare con te, non è serio dai».

A:«Se ti hanno preso seriamente quando hai preannunciato che questo libro ha un anima e un nome e che ti sta aiutando a scriverlo, perché non dovrebbero pensare che sia una cosa seria?».

G:«Va bene, va bene. Anche se non mi stai aiutando, stai facendo praticamente tutto tu. Ma torniamo al punto. Ci sono diversi tipi di felicità: quella interiore, esteriore e cosmica».

A:«Spiegati, perché così non si capisce nulla. La parola stessa esprime un concetto univoco, non dovrebbe avere delle varianti, non credi?».

G:«No, Arturo, se mi lasci lo spazio ti spiego perché. Tu stesso hai parlato di anima, giusto?».

A:«Giusto».

G:«La nostra felicità, perciò, è legata all’anima. E l’anima non è forse fatta di un’essenza interiore e nello stesso tempo un concetto cosmico?».

A:«Forse, dovremmo spiegare cos’è un’anima».

G:«Ma no, credo che chi legge ne sia consapevole, è una cosa innata».

A:«Provaci».

G:«Siamo essenze, siamo pura energia che attraverso un corpo fisico, compiono un viaggio. Il viaggio della conoscenza e della consapevolezza universale».

A:«In parole povere, secondo te, l’anima è energia consapevole che ha bisogno di un mezzo, un involucro, per sperimentare».

G:«Esattamente».

A:«Non pensi che sia lecito domandarsi: e chi lo dice?».

G:«O sì, certo. Come è lecito chiedersi se è nata prima l’uovo o la gallina. Oppure che faccia ha il creatore, ammesso che ne abbia una. Ci sono spiegazioni a cui non sappiamo dare una risposta scientifica, ma ce le abbiamo insite in noi, dentro nel DNA, nel codice genetico di questo corpo. Le risposte sono lì, basta andare a scandagliare il data base che abbiamo dentro. A volte risulta difficile lasciarsi guidare dalla consapevolezza, dal subconscio, perché pensiamo che sia frutto della nostra immaginazione, ma credimi non lo è. In realtà conosciamo molto di più di quello che possiamo immaginare. È che siamo programmati per dimenticarcelo.

A:«Grace, stiamo andando fuori tema».

G:«Sei tu che mi hai chiesto di spiegare cos’è un’anima!».

A:«È che mi viene da chiederti, da farti delle domande, così però finiamo per perdere il filo. Ma a questo punto, la questione per me è questa: chi vi ha programmato per dimenticare?».

G:«Arturo, mio saggio e carissimo amico, prova a rispondere tu, lasciati guidare dall’universo».

A:«L’unica cosa che mi verrebbe da dire è che siete voi stessi. Siete popoli millenari, entità cosmiche, desiderose di avere un’esperienza fisica, e per tanto, per renderla verosimile, resettate il data base, cancellate la vostra memoria quantica».

G:«Esattamente, ma dovremmo spiegare cos’è la memoria quantica».

A:«Oddio, Grace, vuoi davvero inoltrarti in un terreno così vasto? Come vedi stiamo andando oltre l’argomento iniziale. E poi non dire che non te lo avevo detto».

G:«Beh, Arturo, non puoi parlare di fisica dei quanti e non spiegare cosa diavolo è».

A:«Sì, hai ragione. Per essere più chiaro farò un esempio. Sai quando ti prude da qualche parte e anche se ti gratti il punto esatto il prurito non ti passa? Come se lo stessi rincorrendo per ogni centimetro del tuo corpo e questo buffone si prendesse gioco di te?».

G:«Stai scherzando vero?».

A:«No, Grace, per niente. Siete collegati a qualcosa di più grande e lo dimostra il fatto che quel chilo e tre etti di gelatina rosa grigiastra che avete tra le orecchie, potrebbe stare comodamente nelle vostre mani, eppure è di una vastità tale da trascendere ogni comprensione. Avete ottantasei miliardi di cellule celebrali, o neuroni, ognuno dei quali è complesso come una città. I segnali che si inviano tra loro hanno una velocità di 120 metri al secondo, percorrono dai 150.000 ai 180.000 chilometri di collegamenti sinaptici, quanto basta per avvolgere quattro volte il vostro pianeta. Ora capisci che la vostra natura va ben oltre quello che percepite? La memoria quantica è questo, il documento della genesi».

G:«Pare che tu sappia molto del genere umano. Come se tu ne facessi parte».

A:«In parte, Grace, in parte lo sono. Ma è proprio quel documento di genesi, o memoria quantica che da vita all’anima di un libro. Noi siamo la vostra estensione. Ciò che il corpo e la mente di un uomo non percepisce o percepisce in parte, genera l’essenza di un opera. Spesso inconsapevolmente. Siamo quel barlume in fondo al tunnel. Siamo presenze costanti, sia per gli autori che ci danno la possibilità di esistere, sia per i lettori che ci offrono l’opportunità di regalare mondi magici e paralleli».

G:«Grazie Arturo della spiegazione. È un po’ come se i libri fossero un mezzo per l’uomo di raggiungere il subconscio, che è il filo conduttore tra questa vita terrena e quella spirituale».

A:«Esatto, hai centrato in pieno il concetto. Noi siamo quella linea di confine tra il conscio e l’inconscio».

G:«Ma torniamo un attimo alla felicità e ai sui diversi punti di vista. Normalmente una persona si aspetta che la felicità sia qualcosa che debba travolgerti dall’esterno o dall’interno e in parte è così. Ma sappiamo che se essa non deriva da uno stato di serenità interiore non potrebbe mai svilupparsi anche nell’ambiente circostante, convieni?»

A:«Sì, certo, è ciò di cui parlavi prima. Ma come si può raggiungere un livello tale di serenità interiore ed esteriore di conseguenza?».

G:«Appunto, il fatto che una persona appaia felice, non vuol dire che lo sia veramente. Ma qui ci inabissiamo in argomenti ancora più complessi che andremo a vedere man mano. Ma il punto è un altro, il cardine principale della felicità, in realtà, non è né quella interiore né quella esteriore, bensì quella cosmica. Nel momento in cui arriviamo al concetto di base che non apparteniamo a nessuno se non all’universo e che solo noi siamo i creatori della nostra realtà, solo allora riusciremo a capire il concetto di felicità». 

A:«Grace, temo che stiamo andando verso lande sconfinate. Ho timore che il lettore possa perdersi in queste spiegazioni quando incominciano a diventare troppo complesse».

G:«Per comprendere la felicità dovremmo non far riferimento solamente al nostro corpo fisico, Arturo, questo è il segreto. La felicità è intrinseca alla vita stessa. Se riesci a vedere che il cosmo vive, esiste, respira attraverso di te, allora avrai compreso». 

A:«Sì, ma le persone tendono a confrontare le loro vite, a metterle al centro delle loro storie, come è giusto che sia. Non possiamo pretendere che la gente guardi al di fuori del proprio “Io” per trovare la felicità».

G:«Ed è qui che ci si sbaglia. Una volta che hai compreso che sei TU che muovi l’universo e non l’universo che muove te, tutto cambia. Sei tu il creatore, colui che plasma ciò che desidera, colui che gioca a fare il prestigiatore con la propria vita».

A:«Quindi se potessimo riassumere, cosa potremmo dire per sintetizzare, in modo da renderlo di più facile comprensione?»

G:«Beh, di solito le persone pensano al concetto di felicità e nello stesso tempo al modo in cui raggiungerla, senza rendersi conto che in realtà è un processo inutile perché è già presente nel nostro patrimonio genetico».

A:«Come inutile?»

G:«Arturo, pensa a un bambino appena nato, credi che lui ce l’abbia il concetto di felicità?».

A:«Beh, sì, quando mangia e dorme, e no, quando è sporco e ha fame, ma quelle sono necessità del corpo che vanno soddisfatte naturalmente».

G:«E quindi cos’è per lui il concetto di felicità allora?».

A:«Una mamma e un papà che lo amano?».

G:«Anche quello fa parte della natura, un figlio nasce da un padre e una madre».

A:«Quindi stai dicendo che oltre a queste cose non dovreste cercare altro?».

G:«No, sto dicendo che nasciamo tutti con lo stesso mazzo di carte. Siamo un po’ come le pedine del Monopoli, partiamo tutti dalla stessa casella, con i medesimi strumenti. Dipende solo da noi se saremo Paperoni o paperini e come siamo in grado di sfruttare le occasioni che la vita ci offre.  Arturo mi segui?».

A:«Sì,sì, stavo pensando all’anima dei libri. È la stessa cosa, partiamo tutti dallo stessa scatola di gioco: un foglio, una penna, una mano e una mente che è in grado di dar vita a qualcosa di magico».   

G:«Vedi allora? La felicità dipende solo da come noi percepiamo la vita stessa. Sentirsi parte di qualcosa di più grande, l’amore universale si prende cura di noi in ogni momento, basta solo lasciarsi avvolgere, abbandonarsi a quello stato di beatitudine, dove sai che davanti ad ogni ostacolo ci sarà sempre la soluzione».

A:«Quindi potremmo dire che la felicità è uno stato d’estasi che va oltre ai problemi della vita, perché qualsiasi cosa succeda, ne usciremo in qualche modo».

G:«Si, Arturo, vedo che hai capito il concetto».

A:«Veramente sono io che ti ci ho fatto arrivare, tu lo hai semplicemente espresso in parole».

G:«Va bene, va bene, sei stato tu. Allora, Grazie Arturo».

A:«Di nulla Grace. Ora vai a dormire benedetta ragazza che è l’una e mezza di notte e stai crollando sulla tastiera. Non temere, mi ritroverai ancora qui domani mattina».

G:«Buonanotte Arturo».

A:«Buona notte Grace».

 

 

perdono

G:«Di cosa vorresti parlare oggi Arturo?».

A:«Grace, hai fatto una scaletta approssimativa degli argomenti? Seguiamo quella».

G:«D’accordo, allora e “perdono” sia.

A:«Sì, “per dono” del cielo oggi parleremo di questo. Hai mai fatto caso all’etimologia della parola stessa, Grace? Arriva dal latino medioevale ossia “due volte dono”».

G:«Cioè, che Il perdono è più grande del dono, e ugualmente gratuito, ma è più difficile e complesso da dare. Corretto?».

A:«Esatto. Ma perché, secondo te, è più difficile da concedere anche a noi stessi?».

G:«Perchè, immagino, che dipenda dalla voglia che abbiamo di darci o dare una chance».

A:«Esattamente. Ogni volta che ci concediamo il beneficio del dubbio, ci tocca confrontarci con il nostro orgoglio primordiale. Sono disposto a perdonarmi o perdonare? Sono disposto a discernere quella persona dalle azioni che ha fatto? Per perdonare occorre sempre scindere il giudizio di un individuo, dal giudizio sulle sue azioni».

G:«Perché?»

A:«Come perché?».

G:«Beh, hai dato una spiegazione razionale, Arturo, ma non lo hai approfondito. Se lo diciamo così non si capisce ».

A:«Perché una persona non si può giudicare solo in base alle sue azioni, bisogna valutarne anche le idee, le convinzioni che l’hanno spinta a fare determinate scelte. Per esempio, se tirassimo in ballo Hitler, Grace, saremmo in grado di perdonarlo?».

G:«Oddio, sono le nove di Domenica mattina, c’era il sole e improvvisamente ha iniziato a tuonare ed è calato il buio. Non sono sicura di volerne parlare, Arturo. Saranno i tuoni ma non mi sento molto a mio agio».

A:«Hai paura del temporale, Grace?».

G:«Ma no! Solo mi sembra strano che appena ci siamo addentrati nell’argomento, improvvisamente, il tempo ha cambiato le carte in tavola. Non è anomalo?».

A:«Uhm, non saprei, tutto può essere. Cosa dici? Posso provare lo stesso a parlarne con la speranza che non diventi un ciclone tropicale?».

G:«Prova dai. Basta che non ti addentri troppo nello specifico. Ti ascoltiamo volentieri».

A:«Allora, sono convinto, per la tesi di cui sopra, che Adolf, in qualche modo, non si ponesse il dubbio se fosse giusto o sbagliato, ci credeva e basta, e probabilmente si era convinto che le sue scelte fossero motivate dal quel credo, indipendentemente dal risultato».

G:«Tu ci stai spingendo a giustificare le sue azioni, Arturo, ma non ce ne sono di scuse».

A:«Il punto a cui vorrei farvi arrivare è un altro. Se guardassimo Hitler non per ciò che ha fatto, ma per ciò che era, probabilmente sarebbe più comprensibile. All’inizio Adolf voleva solo arrivare al potere politico, ma quale mossa migliore di creare un’antagonista per trascinare a sé il consenso del popolo tedesco?».

G:«Arturo, fermati, penso che tu abbia tirato in ballo, forse, il personaggio storico più pesante a livello morale. Non so se riuscirai a dissuaderci che si possa perdonarlo».

A:«Ho parlato di lui proprio per estremizzare il concetto di perdono».

G:«Ma come si fa solo a pensare di concedergli un condono?».

A:«Bisogna pensare ad Adolf solo come a un uomo con le sue debolezze, tutto qui».

G:«Come un bambino che per gelosia del fratellino appena nato, gli molla uno schiaffone o magari lo vuole soffocare nella culla?».

A:«Esatto, se guardiamo le azioni abbiamo una visione, se valutiamo l’essere umano, ne traiamo una totalmente differente».

G:«Sì, però Hitler non era un bambino, Arturo».

A:«Sai qual è la differenza, a livello sinaptico, tra un cervello di un anno e mezzo e quello di uno di cinquanta? Nessuna, Grace, cambia solo il percorso della “neuro genesi”. Vale a dire che nel vostro DNA c’è sempre l’istinto di sopravvivenza e di dominio. Volete, sin da bambini, avere il controllo sia fisico, che sull’ambiente che vi circonda».

G:«Sì, è vero, lo dimostra la natura stessa nella sua magnifica bellezza ma anche nella sua estrema crudeltà».

A:«Come vedi c’è sempre l’altro lato della medaglia, Grace. Non dovremmo mai tirare delle conclusioni affrettate, giusto per il gusto di dare un giudizio, dovremmo invece sempre prendere in considerazione la nostra vulnerabilità, le nostre debolezze, ma sopratutto la nostra natura fallibile. Non siamo nati per soccombere, ma per competere, per sopravvivere e dominare gli eventi e non sempre ci riusciamo. Questo genera conflitti interiori ed esteriori spesso difficili da accettare ma anche da comprendere».

G:«Quindi se dovessimo trarne una conclusione, potremmo dire che: il perdono verso noi stessi è l’accettazione dei nostri limiti, e verso il prossimo è l’accettazione dei limiti altrui».

A:«Esattamente, Grace, esattamente».

G:«Aggiungerei che non solo è una questione di accettazione ma piuttosto di comprensione. Quando riflettiamo sugli errori commessi in passato, dove ne conseguono i relativi sensi di colpa, dovremmo capire che il nostro “io” agisce in base alle situazioni che in quel frangente ha vissuto e di conseguenza si è mosso in una certa direzione. Perciò se analizziamo che in quella parte della nostra vita abbiamo fatto del nostro meglio, o almeno quello che pensavamo fosse la cosa più giusta per quella determinata circostanza, ci ritroveremo a considerare che è erroneo prendersela se abbiamo sbagliato, se non abbiamo capito, se ci siamo sottovalutati o sopravvalutati, se abbiamo fallito, ferito noi stessi o gli altri. Accettare e comprendere i nostri errori è la fase fondamentale della nostra evoluzione. Imparare, cadere, rialzarsi, perdonarsi e continuare a camminare a testa alta. Ma il cardine fondamentale di tutto questo è credere in noi stessisempre. Nel momento in cui smettiamo di farlo si innescano dei meccanismi che poi andranno a sfociare nella poca autostima e di conseguenza quella palla di neve iniziale, diventerà una valanga. Quindi il fondamento della felicità, e intrinsecamente della capacità di perdonare, è l’amor proprio, che dovremo imparare ad alimentare giornalmente. Se viene a mancare, manca anche il resto. Siamo come una casa, se costruiamo delle solide fondamenta (autostima) riusciremo a reggere anche ai tornado della vita, altrimenti rischieremo di crollare al primo soffio di vento. Perciò, l’amore interiore, in primis, e poi verso gli altri. Perché se non siamo in grado di amarci non saremmo capaci di amare il prossimo di conseguenza». 

 

 

IL SENSO DI COLPA

Questo capitolo, credo, sia un tasto dolente per tutti, per questo motivo abbiamo scelto di metterlo in prima linea. Ed è da stamattina che Arturo batte sul chiodo, insistendo che è “urgente”, visto la delicatezza dell’argomento. Ma in questo manuale non penso ci siano temi più o meno procrastinabili, immagino siano tutti di uguale importanza. Quindi, mi ritrovo qui, davanti al pc, alle dieci di sera, per soddisfare questa impellente questione che ci affligge l’anima, che ritengo ancorata, aimè, agli ineluttabili sensi di colpa. 

Nell’ultima parte del nostro cammino, saremo messi di fronte a un giudizio, il nostro, e saremo  sempre noi, l’imputato e “il giudice” a valutare come ci siamo comportati in questa vita. Ma già ci colpevolizziamo abbastanza da questa parte, figuriamoci se lo facessimo anche dall’altra. Ecco perché è importante imparare a lavarcela via, a togliercela di dosso.

A: «Grace, perché, secondo te, siete così propensi a prendervi carico della maggior parte dei vostri difetti, delle vostre insicurezze?».

G:«Ecco, hai toccato “il tasto” giusto, Arturo. Non siamo minimamente consapevoli che le nostre imperfezioni ci causano una voragine affettiva. Siamo noi a remare contro corrente, nella maggior parte delle volte».

A:«Ci sarebbe da chiedere, quindi, perché non vi fidate di voi stessi, considerato che dovrebbe essere una cosa insita nel vostro patrimonio genetico, come nel nostro e nel resto degli esseri senzienti».

G:«Eh, questa, purtroppo è la base di tutto, di tutte le nostre incertezze, affettive, sociali, comunicative, personali. Tutto gravita su questo e ne consegue un buco dell’anima».

A:«Addirittura? Un buco dell’anima?».

G:«In parte sì, la nostra anima si evolve. Aspetta, dobbiamo fare una precisazione e spero di non inabissarmi in spiegazioni troppo complesse. Noi, siamo fatti di due piani di coscienza, anzi tre. Uno è quello “superiore” quello quantico, l’essenza, quella parte eletta che sa e conosce ogni cosa. Poi c’è l’anima che è il vettore tra il corpo fisico e quello astrale (quello superiore). E poi c’è il corpo fisico, appunto. Sono tre tipi di “coscienza” diversi. Ma torniamo all’anima. Scusa, ma non dovresti essere tu a spiegare queste cose, mister so tutto io?».

A:«Grace, fa la brava».

G:«Uff, mi sono addentrata in un discorso difficile da spiegare, dammi una mano!».

A:«Sei partita e ora concludi, no?».

G:«D’accordo, ci provo, ma non mi ritengo responsabile se poi non si capisce niente di quello che ho scritto, visto che non mi aiuti».

A:«Non ti preoccupare, se incominci ad arrampicarti sui vetri ti aiuto».

G:«Mi fido. Dunque torniamo all’anima, la coscienza di mezzo. Ma era chiara la spiegazione dei tre diversi piani di consapevolezza?».

A:«Grace! Vai avanti! Stai tergiversando. Sì era chiara. Se procediamo di questo passo, sto capitolo lo finiamo a Natale».

G:«Mi faccio un caffè, mi sa che facciamo notte qui, intanto hanno tempo di elaborare quello che ho appena scritto».

A:«Grace!».

G:«Sono pronta!»

A:«Sicura? Non è che poi ti inventi qualcos’altro?».

G:«No, no. Allora, mettetevi comodi perché qui non so come va a finire. Al massimo vi addormentate, ma almeno sono certa che siete al sicuro e non vi fate male»

A:«Zzzzz»

G:«Dunque, dicevo, che la nostra anima è in continua trasformazione. Ecco perché è necessario sradicare la cattiva abitudine di colpevolizzarci, poiché rischiamo di trascinarcela nelle vite successive. E c’è un modo solo per farlo. Accettare che siamo sempre in evoluzione e che questa mutazione non dipende da nessuno se non da noi stessi. Quello che siamo stati da bambini, come siamo stati cresciuti, gli errori che abbiamo fatto e i sensi di colpa che tendiamo a portarci dietro, saranno elaborati nelle fasi postume di crescita. Ma se non impariamo a discernere l’io interiore, dalla mamma, dal papà o da chi ci ha inculcato dei valori affettivi inadeguati, continueremo imperterriti a conservarli. Da bambini tendiamo a identificarci con i nostri genitori, non riusciamo a discernerci da loro, non abbiamo un’identità Indipendente e quando la raggiungiamo, li accusiamo di averci cresciuto male. Ma la realtà dei fatti è che sin che non ci rendiamo conto di essere noi l’unico perno della nostra evoluzione e che loro sono solo un mezzo con il quale siamo arrivati qui, non riusciremo mai a toglierci quei maledetti sensi di colpa verso qualcuno che non riusciamo ad essere. Quante volte, con i nostri figli, ci siamo colpevolizzati per qualcosa che abbiamo sbagliato? Ma in quel preciso momento della nostra crescita, come tutori, abbiamo dato il massimo, consci che ciò che facevamo era giusto. Magari dopo dieci anni ci siamo resi conto dei malintesi, delle mancanze e ci sentiamo in colpa. Oppure nel quotidiano, se non completiamo un compito, se siamo poco costanti, ce la prendiamo sempre e solo con noi stessi. Il punto della questione è questo: uno, accettazione dei nostri limiti, due, non pretendere troppo, tre, amare i nostri difetti e se proprio vogliamo cambiarli, non tirare troppo la corda. Stiamo imparando, crescendo, evolvendo». 

G:«Arturo ci sei?».

A:«Si, ascoltavo. Non è poi così intricato come pensavi. Tutto sommato è comprensibile».

G:«Grazie».

A:«Prego, ma onestamente non mi sono mai reso conto che siete così complicati».

G:«Perchè voi non lo siete?».

A:«No, non così, il nostro mondo è molto più semplice. Siamo più congrui».

G:«In che senso congrui?».

A:«Primo, non abbiamo sensi di colpa e secondo non pretendiamo mai troppo».

G: «Beh, forse perché siete a uno stadio evolutivo più avanzato».

A:«Forse, è che di base siamo diversi. Innanzitutto, non avendo corpo fisico, siamo uniformi, non abbiamo le vostre differenze emotive, affettive, culturali».

G: «Una specie di popolo clone? Ma clone di cosa, o di chi?».

A:«No, Grace, sei totalmente fuori strada. Non avendo forma fisica non puoi paragonarci a dei cloni».

G:«Ma allora, che diavolo siete?».

A:«Entità senzienti».

G:«Sì, questo l’ho capito. Ma se dovessimo classificarvi da qualche parte dove vi porremmo?».

A: «Il problema è proprio questo, che sentite la necessità di classificare la conoscenza. Perché?».

G:«Boh, bella domanda. Ma senti un po’, prima parlavo di diversi livelli di coscienza. Non è che siete il nostro livello superiore?»

A:«Vedi che ci arrivi da sola?».

G:«Grazie Arturo».

A:«Prego, Grace».

Riporto l’ultimo paragrafo del capitolo precedente, dato che il perdono e il senso di colpa sono profondamente collegati. E ripeterlo non guasta mai.

Aggiungerei che non solo è una questione di accettazione ma piuttosto di comprensione. Quando riflettiamo sugli errori commessi in passato, dove ne conseguono i relativi sensi di colpa, dovremmo capire che il nostro “io” agisce in base alle situazioni che in quel frangente ha vissuto e di conseguenza si è mosso in una certa direzione. Perciò se analizziamo che in quella parte della nostra vita abbiamo fatto del nostro meglio, o almeno quello che pensavamo fosse la cosa più giusta per quella determinata circostanza, ci ritroveremo a considerare che è erroneo prendersela se abbiamo sbagliato, se non abbiamo capito, se ci siamo sottovalutati o sopravvalutati, se abbiamo fallito, ferito noi stessi o gli altri. Accettare e comprendere i nostri errori è la fase fondamentale della nostra evoluzione. Imparare, cadere, rialzarsi, perdonarsi e continuare a camminare a testa alta. Ma il cardine fondamentale di tutto questo è credere in noi stessisempre. Nel momento in cui smettiamo di farlo si innescano dei meccanismi che poi andranno a sfociare nella poca autostima e di conseguenza quella palla di neve iniziale, diventerà una valanga. Quindi il fondamento della felicità, e intrinsecamente della capacità di perdonare, è l’amor proprio, che dovremo imparare ad alimentare giornalmente. Se viene a mancare, manca anche il resto. Siamo come una casa, se costruiamo delle solide fondamenta (autostima) riusciremo a reggere anche ai tornado della vita, altrimenti rischieremo di crollare al primo soffio di vento. Perciò, l’amore interiore, in primis, e poi verso gli altri. Perché se non siamo in grado di amarci non saremmo capaci di amare il prossimo di conseguenza».

 

 

NASCITA E MORTE

La nascita e la morte sono l’unico dato certo e inconfutabile della nostra vita. Quello che passa in mezzo dipende solo da noi. Innanzitutto mi preme dire che sia l’uno che l’altro passaggio sono, per la concezione che abbiamo di eternità, due transizioni molto legate tra loro. Da una parte arriviamo qui per un disegno predestinato da noi stessi, in base alla nuova esperienza che come anime millenarie vogliamo fare, e dall’altra, il termine di questa avventura che ci riporta a casa.

A:«Grace, posso farti una domanda?».

G:«Certo che puoi, ci mancherebbe».

A:«Ma tu come fai a sapere queste cose? Chi te le ha dette? E inoltre, come fai a sostenerle come dato certo?».

G:«Beh, innanzitutto sono tre domande e non una, ma cominciamo dalla prima. Forse, e probabilmente lo sai, qualcuno o qualcosa mi ha appioppato un bel fardello, cioè quello di vedere e sentire cose che non tutti possono percepire. Questo dono non è facile né da capire né da accettare. Ma posso confermarti che non c’è né una fine, né un inizio. Siamo semplicemente in viaggio. Come un pendolare che finisce una corsa e ne inizia un’altra. Sale su un treno, arriva a destinazione e poi via, acchiappa il successivo, in base al lavoro che deve svolgere. Parte e torna a casa un sacco di volte. Per noi è uguale. Scegliamo chi dovremo essere nella prossima vita, quali esperienze ci mancano da fare o magari per sistemare vecchie ferite dei percorsi precedenti. Per esempio: se in una vita passata abbiamo fatto del male, nella prossima cercheremo di essere qualcuno che si prodiga per gli altri e cerca di ristabilizzare l’equilibrio karmico. Dopo parleremo anche di questo, non ti preoccupare Arturo. Ma ora voglio rispondere alla seconda domanda: chi me lo ha detto? Le anime stesse che contatto o che vengono a cercarmi. Non solo, me lo dice l’ipnosi regressiva. Tratteremo un capitolo anche su questo, ma non sono certa di metterlo in questo libro dato che l’argomento è un tantino differente».

A:«Sono d’accordo, magari lo accenniamo brevemente».

G:«Tu che mi dai ragione? Non si è visto mai».

A:«Ma non è vero, su. Non fare la lagnosa e vai avanti. Come fai ad essere sicura di quello che dici? Cerco di immedesimarmi nel lettore che avrà sicuramente dei leciti dubbi».

G:«Beh, di certo non vi è nulla. Se vogliamo fare dei paragoni potremmo tirare in ballo il creatore. Si presume che esista, ma nessuno, nemmeno tu, lo hai mai visto».

A:«Ti sbagli Grace. Solo perché voi avete un’idea errata di colui che È. Uso il maschile perché nella vostra lingua non esiste il neutrale se non riferito a oggetti o cose, ma sai meglio di me che la sua essenza è onnisciente, asessuata ed eterea».

G:«Sì, è vero, per la concezione che ho, il creatore è l’energia inesauribile dell’amore universale che costruisce, crea, illumina, forgia dall’infinito, all’infinito dello spazio e del tempo. Qualcosa che non è misurabile ai nostri sensi, solo perché non si vede, non significa che non esista. L’energia è ovunque, eppure non si può osservare, l’amore non è palpabile, tuttavia vive prepotentemente in tutto il creato».

A:«Ma allora perché avete così tanta paura della morte?».

G:«Oddio, guarda che nemmeno nascere è una passeggiata. Dopo essere passato attraverso un budello talmente stretto e tortuoso da doverti contorcere, ti sbattono nudo su un tavolo, ti sparano la luce in faccia e ti cacciano un dito in gola per farti sputare quel liquido caldo che ha affettuosamente protetto i tuoi nove mesi di “creazione”. Insomma, altro che strillare mio caro, dovremmo ribellarci sin da subito. Trovo che per ogni nuovo arrivato sia un grosso trauma, forse peggiore della morte».

A:«Sei già morta Grace? No, chiedo eh, perché da come ne parli sembra che tu abbia già fatto questa esperienza».

G:«Non l’ho fatta personalmente, ma conosco un sacco di persone che hanno visto per una manciata di minuti dall’altra parte e sembra, dai loro racconti, che la fase appena prima del trapasso sia un preavviso che stai per varcare la soglia tra una dimensione e l’altra. Ti pervade un senso di pace e beatitudine che non hai mai esperimentato prima».

A:«Sai che io non me la ricordo affatto?».

G:«Forse perché hai smesso di reincarnarti Arturo, o almeno è quello che immagino, visto ciò che ci hai detto sulla tua vera natura».

A:«Sì, il sé superiore va oltre l’esperienza dell’anima. Ha già concluso il suo percorso e passa al livello successivo».

G:«Ma posso chiederti come mai un’eminenza della tua portata si è concessa a noi poveri esseri umani?».

A:«Sbaglio o c’è una nota pungente nelle tue parole, quasi mettessi in dubbio ciò che ho detto».

G:«Scusami non volevo essere sfacciata, solo mi chiedo come è possibile che un essere superiore si abbassi ad aiutare noi, questi omuncoli ignoranti».

A:«E chi se no? Archimede ? Newton?».

G:«Arturo, mi è arrivata una visione ora, come un fulmine a ciel sereno. Sarai mica Dio eh?».

A:«No, ma anche se fosse non te lo direi perché so già che ti agiteresti».

G:«Macché, non è quello, solo che si spaventerebbero i lettori, chiamerebbero direttamente la neuro. L’anima di un libro, già suona strano, figuriamoci se saltasse fuori che è Dio. Sai dove finirebbe il nostro manuale? Nel camino!».

A:«Ma dai, pensi che le persone non parlino con il creatore, Grace?».

G:«Sì, ma non scrivono un libro sulla felicità, asserendo che parlano con Lui. È un po’ diverso, dai».

A:«Sì, forse hai ragione».

G:«Orca, mi hai dato ragione per la seconda volta!».

A:«Grace, fa la brava».

G:«Sono bravissima. Ma il capitolo possiamo ritenerlo concluso o c’è qualcosa da aggiungere?».

A:«No, direi che abbiamo dato una visione abbastanza ampia di cosa è la nascita e la morte».

G:«Però aspetta, perché mi sembra il caso di chiarire un concetto fondamentale. Cosa c’è dall’altra parte? Perché i nostri cari non accettano che questa transizione è, in definitiva, qualcosa di meraviglioso per chi la vive?».

A:«Perché la maggior parte di voi non ha capito che la morte non è la fine. Non è mai la fine, semmai un nuovo inizio».

G:«Ma chi perde una persona cara si strugge dal dolore. Anche se io cerco di rassicurarli che “loro” sono intorno a noi e ci proteggono, sembra che le persone non percepiscano questo concetto».

A:«Perché anche se ci credete, fate fatica ad accettarlo. C’è sempre il timore che sia un espediente per sfuggire alla morte».

G:«Sai che me lo sono chiesto anch’io un sacco di volte? E se dopo non ci fosse niente? E se tutte le cose che vediamo e sentiamo a proposito dell’aldilà fossero solo frutto di qualche scherzo del cervello, o qualche anomalia neurologica in fase di decesso?».

A:«Grace, anche il concetto di Dio, allora, si potrebbe considerare allo stesso modo. Usate un entità superiore per comodo? Giusto perché nel momento del bisogno avete necessità di invocare qualcuno che vi venga a salvare?».

G:«Immagino che chi non crede in Dio lo possa pensare».

A:«Ma qualcuno deve aver pur creato tutto questo, convieni?».

G:«Sì, ed è per questo che ci credo fermamente».

A:«Se si chiamasse Dio, Elefante rosa o Vercingetorige che cosa cambierebbe? Sta di fatto che qualcuno è il Creatore».

G:«Come mai, di tutti i nomi che potevi scegliere, hai detto proprio elefante rosa? Sono trabocchetti i tuoi? Guarda che se anche fossi Dio mica mi spavento eh, ma sopratutto continuerei a dire ciò che devo dire».

A:«Ancora con questa storia? Perché, per te è, così difficile accettare che sono semplicemente Arturo, l’anima di questo libro?».

G:«Boh, non so, mi hai messo una pulce nell’orecchio e adesso mi ronza nel cervello come un aeroplano».

A:«Mi hai fatto ridere, Grace».

G:«Sono contenta. Possiamo concludere, Vercingetorige? Quindi se dovessimo associare la nascita e la morte alla felicità, cosa potremmo dire?».

A:«Che non vi dovete preoccupare, non è mai la fine, ma quello che conta è la felicità che porta, prendere questo treno».

 

 

Libro Impertinente sulla Felicità

Manuale di crescita interiore

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