All'altezza dell'amore
Fortezza di Llandovery, Galles 1974…
Stavamo rientrando da una battuta di caccia poco proficua quando Pentecoste ci corse incontro come una furia agitando le braccia.
«Capo, abbiamo trovato un libro sulla consolle della sala controllo, c’è un biglietto indirizzato a te e a Bel. Ma quanto ci avete messo a prendere due piccioni?».
«Lasciamo stare, ha piovuto quasi tutto i tempo e non siamo stati nemmeno particolarmente fortunati. In compenso ti abbiamo portato un regalo» dissi al nostro piccolo amico scendendo da Pomgranate, lo stallone che avevo da qualche anno. Il nano sgranava gli occhi in attesa della sua ricompensa.
I cavalli erano fradici e sfiniti ma, forse, quello più sofferto era solo il nostro orgoglio. In anni di caccia non eravamo mai rientrati con un così misero bottino. Porsi a Pentecoste due salmerini pescati nel Towy river giusto per non tornare con “due piccioni” come li chiamava lui.
L’ordine, nei suoi otto secoli di storia, aveva pescato e cacciato come era uso nella tradizione templare. Serviva a tenersi in allenamento con arco, frecce e balestra, a far muovere i cavalli e a mantenere il giusto equilibrio tra corpo, mente e spirito. Per il rispetto verso gli animali e l’ammirazione che avevo verso le culture native, avevo proposto al clan di ringraziare madre terra ogni volta che veniva cacciata una preda. Sapevo che avremmo restituito ad essa ciò che avevamo solo preso in prestito, “Ti nutrirò come tu mi ha hai nutrito” era la frase che ripetevo con devozione quando toglievo la vita ad un essere senziente.
Iniziai a prendere le redini del cavalierato appena maggiorenne. I miei genitori mancarono che ero ancora bambino a causa di un grave incidente stradale dove la sorte mi risparmiò la vita. Arthur Finnigan mi crebbe come un figlio e di questo gliene fui sempre riconoscente. Era un compagno, un amico di avventure, un mentore e un uomo saggio dal cuore grande. I suoi capelli bianchi, gli occhi azzurri e la barba curata erano solo la cornice di quell’anima antica.
A essere sinceri l’onere di questa responsabilità cominciava a pesarmi come un grosso macigno sulle spalle.
Il cavalierato era una “missione” alla quale venivi insignito per discendenza o per onorificenza. Nel mio caso non fu una scelta come per gli altri membri, fu semplicemente un obbligo.
Non avevo una mia identità se non quella di condurre il tredicesimo ordine di Llandovery, dei cavalieri del tempio di Salomone, fino alla fine dei miei giorni.
Non ricevevamo una regolare istruzione. Veniva impartita dagli stessi membri del cavalierato, che oltre ad insegnarci letteratura, storia, matematica, scienze e musica, ci addestravano alla battaglia attraverso la scherma, la lotta, le armi da taglio, arco e frecce, le discipline orientali, la meditazione e la spiritualità. Mentre la caccia e la pesca potevano ritenersi un piacere personale.
La nostra vita sociale era praticamente assente. Questo particolare non mi era mai pesato più di tanto a dire il vero. La società moderna con le sue frivolezze e i suoi eccessi non mi attirava affatto.
Le varie donne che avevo conosciuto nelle occasioni che mi condussero in città, per la passione verso l’antiquariato e qualche birra con i compagni, non mi avevano sconvolto l’esistenza a tal punto da soffermarmi sul genere femminile tanto da indurmi al sodalizio matrimoniale. Poi, ad essere onesti, non sapevo nemmeno se una donna avrebbe potuto reggere il peso del cavalierato con le conseguenze che ne derivavano.
La nostra condizione andava mantenuta in totale anonimato. Non solo per l’entità di ciò che proteggevamo ma anche per la natura segreta del clan sopravvissuto nei secoli.
Riposti i cavalli nella scuderia, asciugati e rifocillati a dovere, rientrammo alla fortezza sotto l’ennesimo temporale di stagione.
«Allora che succede ragazzi?» chiesi, accomodandomi a tavola.
«È comparso un libro in sala controllo. Ne sai qualcosa Alfred?» mi chiese Belifar accigliato. Gli occhi cristallini del sacerdote parlavano da soli. Ormai avevo imparato a leggere tra le righe di quello sguardo antico. Come se dubitasse del fatto che io non sapessi nulla a proposito.
Belifar era mio zio, fratello maggiore di mio padre, arrivato alla fortezza diversi anni prima ed era il classico personaggio mistico che si vede anche nei film. Palandrane multicolore, lunghe sino ai piedi, cucite abilmente da lui, capelli grigi alle spalle e barba lunga, legata accuratamente da un laccio di cuoio. Sapeva di unguenti e aromi orientali. Era stato allontanato dalla chiesa anglicana ma nessuno ne conosceva la reale ragione.
«Comparso? Un libro non compare dal nulla. Non ne so niente, altrimenti non avrei fatto questa domanda» risposi con un lieve tono di rammarico. D’accordo che la mia carica aveva il beneficio dell’onniscienza ma non potevo conoscere ogni cosa.
Murden Drake era all’altro capo del tavolo, rigirando il libro incriminato tra le mani, lo osservava attentamente. Era l’unico monaco rimasto del vecchio ordine e a parte qualche apparizione nella cappella della fortezza non si vedeva quasi mai, tranne quella sera. Lo notai proprio per l’interesse che aveva dimostrato nei confronti del manoscritto “apparso” dal nulla. Negli ultimi mesi mi aveva dato parecchi pensieri. Era diventato a dir poco paranoico, soprattutto riguardo alla passione per i rettili e draghi barbuti. Totalmente apatico ad ogni tipo di relazione con la comunità, pochi capelli in testa, occhi chiarissimi e indagatori.
«Posso avere il piacere di vederlo?» chiesi con un tono della voce che non lasciava spazio ad ulteriori commenti.
«Certamente» rispose il monaco.
«Alfred, è stato esplicitamente indirizzato ad entrambi, quindi ritengo che sia una cosa da non prendere alla leggera. Avete per caso visto di cosa si tratta?» chiese Belifar, rivolto verso di noi.
Presi il libro tra le mani, “All’altezza dell’amore” portava come titolo di copertina. All’interno, un biglietto che indicava i nostri nomi.
«Perdonatemi, ma chi l’ha trovato?» chiesi di nuovo ai compagni.
«Moi, mon capitaine!» Il piccolo amico mise la mano tozza e grassottella sulla fronte, come il saluto militare, alzandosi letteralmente in piedi sulla sedia. Pentecoste, custode del “segreto” del nostro ordine. Alto poco più di un metro, era la nostra mascotte. Simpatico, genuino, esilarante.
«Era sulla consolle della sala di controllo. Ammesso che se non sia stato uno di noi, deve essere entrato qualcuno, capo» riprese il nano, gesticolando spropositatamente come di consueto.
«Non credo proprio. Non c’è modo di entrare alla fortezza» risposi risoluto.
«Ma se non siamo stati noi, allora da dove arriva questo libro? Dal cielo no di sicuro».
«Dopo cena, Belifar ed io ci daremo un occhiata» dissi, con la speranza di poter far chiarezza sulla faccenda il prima possibile.
Riprendemmo a cenare, senza più toccare l’argomento. Drake, però, continuò a fissarmi per tutta la sera. Avevo l’impressione che stesse tramando qualcosa e lo accennai sottovoce ad Arthur.
«Uhm, non saprei, le medicine che prende probabilmente lo intontiscono molto».
«Come facciamo ad essere sicuri che le stia assumendo davvero?».
«Gliele da Bel, personalmente».
«Se siete sicuri voi. Io però incomincio ad avere dei dubbi, non solo che non stia prendendo i farmaci che gli abbiamo procurato ma che stia architettando qualcosa. Non vedi come osserva anche l’aria che respiriamo?» risposi preoccupato.
«Non saprei Alfred, indagheremo».
.
Verso mezzanotte ci chiudemmo in biblioteca in tre. Arthur, Belifar ed io.
Il libro sembrava confezionato artigianalmente. Non c’era indice né prefazione. Il primo capitolo raccontava di una ragazza e di uno strano libro con una farfalla sulla copertina. Man mano che andavo avanti con la storia compresi che era la nostra realtà ma in una linea temporale di quindici anni più tardi, causata apparentemente dall’allagamento dei sotterranei del 1248.
«Questo libro potremmo essercelo mandato dal futuro, da una aberrazione del tempo collegata ad una alterazione del disco» dissi, sconvolto da ciò che avevamo appena appreso.
Il Dandellion era il “segreto” che l’ordine proteggeva da sempre. Un gigantesco disco d’oro rosso che aveva la proprietà unica della mnemesi di transizione. Ci dava la possibilità di viaggiare nel passato e nel futuro per poter sistemare le parti della storia che andavano modificate. L’origine di quella magia non era nota a nessuno se non iscritta in un cartiglio antico dalle origini sconosciute. Il disco era descritto come “centro univoco dell’universo”.
Di tutte le cose strane che avevo dovuto imparare nella carica che ricoprivo appresi presto che non eravamo soli in questo universo. Altri popoli e altri mondi erano venuti a rendere omaggio al Dandellion e nel corso dei secoli si era formata una sorta di alleanza planetaria per proteggerlo. L’ordine aveva sempre presunto che il creatore del meccanismo di transizione appartenesse alla confederazione galattica ma nessuno dei popoli che ne facevano parte aveva mai dichiarato chi fosse il vero fautore di quel mistero.
Il libro raccontava di una donna di nome Penelope, conosciuta, appunto, quindici anni più tardi da un rigattiere, Iago Sullivan, dove normalmente compravo antiquariato, che aveva dimostrato lo stesso mio interesse per una farfalla appoggiata su una copertina. La donna, più tardi, scoperse che il testo raccontava del nostro incontro, delle nostre vite, come se fosse un reportage redatto quasi chirurgicamente da qualche misterioso scrittore.
Proseguiva con un sacco di eventi più o meno drammatici. La sorella di Abraham Lincoln che aveva viaggiato nel tempo grazie a un baule ritrovato per caso e un diario che le permetteva di comunicare con noi a diversi anni nel futuro. Un rapimento, la confederazione con la piattaforma atlantica, un caccia torpediniere preso d’attacco, i Nogrom, Drake che uccide Belifar e Pentecoste e dulcis in fundo che Ulas, il rettiliano che avevamo sempre pensato fosse il nemico, non era ciò che avevamo creduto. Controfirmato da Moroder, a capo della Lunar Eleven, astronave madre dell’alleanza, e dal sottoscritto.
Sulla prima pagina c’era una nota a caratteri cubitali, quella di distruggere il libro appena avessimo appreso le notizie necessarie.
Sembrava uno scherzo di cattivo gusto ma avevo il timore che potesse avere un fondamento di verità.
«E se fosse plausibile?» disse Belifar.
«Scusate un attimo, ma se fosse tornato indietro qualcuno ce ne saremmo accorti non credete? Ogni volta che il Dandellion si mette in funzione sembra il terremoto» dissi, con cognizione di causa. Il disco in movimento generava un esplosione paragonabile a quella termo nucleare.
«In questi giorni, noi non c’eravamo, l’unica spiegazione possibile è che il disco possa essersi attivato di notte. Pentecoste non si sveglia nemmeno con le cannonate e Drake prende dei sonniferi» rispose dubbioso Arthur. Potevano essere diverse le ipotesi da prendere in considerazione.
«Si ma il personale non è sotto sedativi e le guardie sono presenti ad ogni ingresso ai sotterranei» ribatté Belifar.
«Il personale dorme in un ala della fortezza dove le vibrazioni si sentono molto meno e le guardie non sono tenute a farci nessun resoconto sulla gestione del Dandellion. Si preoccupano che nessuno entri o esca senza autorizzazione» concluse Arthur.
«Andiamo a chiederglielo allora» dissi risoluto.
Le guardie confermarono che la notte stessa della nostra partenza per l’infausta battuta di caccia il Dandellion si era attivato. Ma dedussero che fosse stato Drake dato che aveva bazzicato per giorni intorno al disco.
«Mister Johanson, noi non abbiamo la minima idea dei vostri programmi. Come facciamo a sapere chi di voi e perché viene messo in moto il meccanismo di transizione?».
«Avete mai visto qualcuno che non sia il sottoscritto o Arthur mettere in funzione il disco per caso? Ci sono dei codici alfanumerici da inserire e bisogna conoscere la combinazione dei deodi. Solo noi due abbiamo l’autorizzazione e la competenza necessaria per attivare la mnemesi di transizione. Spero che ora sia chiaro» conclusi, con il volto paonazzo dalla rabbia. Tutta la fatica per proteggere il disco e le guardie non si erano minimamente preoccupate di avvisare che ci fosse qualcosa di anomalo.
«Domani, parliamo con Drake. Ci deve delle spiegazioni. Perché avrebbe dovuto azionarlo? E se fosse uscito talmente di testa da tramare tutta la storia?» dissi agli altri sempre più innervosito dalla situazione.
Presi il libro e me lo portai in camera per leggerlo accuratamente. Avevamo solo acquisito i fatti salienti ma mi incuriosivano le sfumature tra le righe. A quel punto approfondire i dettagli mi sembrava di vitale importanza. Se fosse stato uno scherzo me ne sarei reso conto, certi particolari potevano confermare la veridicità del testo. O così almeno speravo.
La storia era a dir poco incredibile. Non solo raccontava cosa successe in quell’anno, ma anche i fatti accaduti alle due donne che riuscivano a comunicare tra loro attraverso i diari, in un lasso di tempo di ben 76 anni. Una scriveva dal passato l’altra rispondeva dal futuro.
Ulas, il rettiliano di Uron che avevamo sempre visto come unico e solo nemico, raccontò che l’artefice di tutta la disputa non era stato lui ma Drake, che aveva trovato il modo di modificare il suo patrimonio genetico aiutato dai Nogrom. Tutte le vicende riportate avevano dei dettagli talmente accurati che solo chi faceva parte della confederazione poteva esserne a conoscenza. Il fatto mi turbò non poco perché ciò significava che il libro era autentico.
La morte di Belifar e di Pentecoste, uccisi senza scrupoli, mi sconvolse drammaticamente. Ero io stesso, da quella linea temporale futura, a descrivere cosa successe e il dolore immenso che avevo provato.
Secondo il racconto, Ulas, perse la moglie e il figlio a causa di un attacco al suo villaggio ed era venuto alla fortezza per tornare, grazie al disco, a prima che accadesse il drammatico epilogo.
Una delle cose che mi colpì maggiormente del racconto fu l’amore che condividevo con questa donna. Miss Penelope Blossom, comparsa nella mia vita grazie al libro con una farfalla azzurra sulla copertina.
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