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Penelope e Alfred

La grande hall dell’ingresso mi accolse come un tempio di pietra e luce. Gli archi e le volte si intrecciavano sopra la mia testa in un disegno maestoso, mentre lo scalone di marmo bianchissimo, leggermente torto a sinistra, dominava lo spazio con la sua imponenza. Il corrimano, scolpito con piccole modanature laterali, era talmente voluminoso che persino le mie mani, grandi e abituate a lavori di precisione, vi si perdevano.

Il salone era un trionfo barocco: affreschi che raccontavano epoche lontane, statue che sembravano respirare, mobili d’epoca dalle linee sinuose, suppellettili preziose, tende e paramenti purpurei che incorniciavano le finestre come sipari teatrali. Ogni dettaglio sembrava studiato per stupire, per avvolgere chi entrava in un abbraccio di storia e bellezza.

Alfred mi osservava con un sorriso che tradiva compiacimento e un pizzico di orgoglio.

«Sono contento che ti piaccia. Un tempo fu anche un monastero, sai?»

«Un monastero? Davvero? Alfred… è bellissimo.»

La mia voce tremava leggermente, sorpresa da tanta magnificenza.

Mi accompagnò alla sala da tè, sulla destra dell’ingresso. Ero impacciata, quasi intimidita da tutto quello sfarzo: una domestica mi aveva aiutato a togliere il cappotto, e l’evidente agiatezza della casa Johanson mi faceva sentire fuori posto, come se stessi camminando in un sogno non mio.

«Penny, gradiresti qualcosa da mangiare? Se ti fa piacere, faccio portare qualcosa.»

Non ebbi nemmeno il tempo di rispondere: Alfred era già scomparso, rapido e leggero come un’ombra.

La sala da tè era un piccolo gioiello barocco. Le tonalità panna e azzurre della carta da parati a righe si armonizzavano con il grande camino di fronte all’ingresso, davanti al quale due poltroncine in tinta dividevano lo spazio in due ambienti distinti.

Sulla destra, un tavolo basso dagli intarsi madreperlati era circondato da tre divani di fine Ottocento; dietro di essi, una credenza colma di ceramiche e porcellane. Vicino alle finestre, uno scrittoio a muro; all’ingresso, un orologio a pendolo che scandiva il tempo con un ritmo antico.

Sulla sinistra, un tavolo in ferro battuto dalle tonalità chiare, mensole cariche di fiori freschi e cassettiere panciute in stile Re Sole completavano l’ambiente. Due grandi lampadari di cristallo sovrastavano la sala, riflettendo la luce in mille frammenti.

Ero talmente rapita dalla ricchezza dell’arredamento che non mi accorsi del ritorno di Alfred, seguito dalla domestica con un vassoio colmo.

«Penny, stai bene? Sei silenziosa», chiese, scrutandomi con premura.

«Sì, perdonami. Sto benissimo. Ma credo di non aver mai visto nulla di simile in vita mia. Forse la reggia di Versailles.»

«Non esagerare. Ho solo una forte propensione per il gusto barocco e per i mobili antichi. Credo che tu l’abbia notato.»

Rise come un bambino, con quella semplicità disarmante che conviveva con la sua eleganza naturale. C’era una purezza in lui che lasciava spiazzati, come se fosse al di sopra delle cose terrene.

«Sì, da quanto ho capito sei un assiduo frequentatore di vecchie cantine impolverate e luoghi pieni di cimeli d’antiquariato.»

«Già. È più forte di me. Ho una dipendenza.»

Il suo sorriso, immerso in tutto quello sfarzo, era forse la cosa più bella che avessi mai visto.

Arrivò l’aperitivo, che avrebbe potuto essere una cena: tartine, focacce, salumi, formaggi e, per finire, due calici di Dom Pérignon. Non ero esperta di vini: mi piaceva il rosso da poche sterline, quello che bevevo con Phobe e le amiche di sua madre durante le partite di bridge. Lo champagne non era mai stato di mio gradimento, ma quella sera non potei rifiutare.

«Questo è un pranzo di Natale!» esclamai, divertita.

Dopo l’abbondante antipasto e un paio di flûte del costosissimo nettare, Alfred mi guardò con quegli occhi da cerbiatto smarrito.

«Che ne dici se ci dedicassimo alla ricerca prima di cena? Te la senti? Ma prima voglio mostrarti una cosa.»

«Certo, anche perché non vorrei fare troppo tardi.»

Il viaggio di ritorno a notte inoltrata mi preoccupava: ero abituata ad alzarmi presto per lavorare.

Mi accompagnò alla sala della musica. Oltre al pianoforte a coda che dominava l’ambiente, c’era un’arpa celtica.

Alfred si sedette sul piccolo seggiolino imbottito e, con grazia infinita, iniziò ad accarezzare le corde.

La melodia che ne uscì era così pura da sembrare irreale. Non sapevo se fossero quelle note a toccarmi il cuore o quell’uomo fuori dall’ordinario.

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