Dandellion

Dandellion nasce dal desiderio di fondere Blue Buttefly saga in un libro unico, sviluppando le idee principali e alcuni dei personaggi precedenti, in un vero e proprio romanzo Thriller – fantasy. Il mistero del libro con la farfalla azzurra sulla copertina, che racconta autonomamente le storie dei due protagonisti, viene ampliato e costruito a ritroso nel tempo. L’origine del libro, la magia che lo ha forgiato e gli eventi successivi, si intrecciano in un romanzo ricco di storia e di leggenda, dove i templari ne sono i primi protagonisti. L’ordine dei cavalieri di Llandovery resiste al tempo, come il disco dorato, dalla provenienza sconosciuta e dalle proprietà uniche, che sembra muovere le sorti dei personaggi e del tempo stesso, al ritmo incanzante dei colpi di scena e dalla passione due due protagonisti.

DANDELLION

Qui puoi trovare in esclusiva i primi sette capitoli del mio libro, clicca sul titolo del capitolo per leggerli:

Il monastero

Monastero di Llandovery 1248…

L’abate Salvo di Hannover era uso registrare con estrema accuratezza nella sua agenda, riposta accuratamente nel tiretto della sua scrivania, le entrate o donazioni che venivano elargite dai familiari dell’ordine qualora avessero da introdurre un parente bisognoso, senza dimora, pellegrino o viandante in cerca di riparo. Ai fratelli conversi veniva offerta ospitalità e cibo.

L’abate decise di chiedere un nuovo libro contabile a padre Olivier Kibreab, un giovane e magrissimo novizio, molto abile nell’opera amanuense. Lo raggiunse nel refettorio e lo trovò a riordinare i tavoli della mensa: «Salve Olivier, vi spiacerebbe farmi un nuovo libro mastro? Quello in corso sta per terminare. Confido in voi e, nel caso foste così gentile da acconsentire, vi raccomando la solita accuratezza».

«Certo padre come preferite. Che colore gradireste? Il solito? O mi posso permettere di azzardare qualche nuova tonalità?».

«Direi che l’usuale testa di moro va bene, sempre che voi abbiate il materiale, altrimenti una tela monocolore. Basta che non mi presentiate quel color vinaccia orripilante che mi avete fatto due anni fa». Disse l’abate con un lieve tono di disappunto. Il volto di padre Olivier era perplesso. “Cosa cambia il colore? Basta che sia un libro mastro fatto bene!“ pensò tra se. Ma non si poteva permettere di ribattere, Dio non voglia che per uno stupido colore della copertina l’abate si potesse risentire. Voleva accontentarlo e decise di scegliere la miglior pelle che aveva o la miglior tela a disposizione.

Il monaco si apprestò a cominciare il lavoro il pomeriggio stesso. Nel baule, in mezzo agli scampoli di tela, trovò un bell’azzurro vivace e decise di rivestire la copertina con la nuova tonalità, senza accorgersi che durante le fasi di rilegatura, sopra alla colla appena passata, si posò una farfalla entrata dalla finestra lasciata aperta. Quando fece per allontanarla venne chiamato in refettorio.

Kibreab tornò allo scriptorium la sera e trovò la farfalla intrappolata nella colla ed impossibile da liberare dall’impasto senza deturparla. Gli parve sacrilego, perciò scelse di lasciarla dov’era.

Olivier decise di fare una copia in cuoio del diario, tenendo per sé l’originale con il lepidottero dalle ali spiegate e dai pigmenti perlacei imbalsamato sulla tela anteriore.

Durante la notte il monaco teneva i diari all’aria per far consolidare la colla e di giorno li riponeva in un baule, dove era solito tenere le pergamene e le tele di legatura, per timore che l’abate scoprisse che era stato costretto a rifare il lavoro. Aveva anche costruito un doppio fondo nel suo armarium, nicchia dove i monaci tenevano i libri di preghiera, in modo che se avesse avuto da custodire testi sacri e preziosi da restaurare, li avrebbe riposti senza timore nel pannello retrostante.

Il monastero nacque due secoli prima da un progetto di un discepolo di Ugo di Paynis, cavaliere dell’ordine del tempio di Salomone, Baldovino di Calcaterra.

Durante gli scavi di basamento delle fondamenta, a diversi metri nel sottosuolo venne rinvenuto in una fossa circolare un enorme disco aureo dalle proprietà sconosciute e dal valore inestimabile. Baldovino costituì un’ordine di monaci e cavalieri che avrebbero custodito e protetto il Dandellion. Dodici guardie armate piantonavano giorno e notte i corridoi sotterranei che conducevano all’aztragalum, grande cratere che custodiva il disco dorato.

In quel periodo il monastero venne colto da precipitazioni frequenti, durante le quali ci fu un’alluvione che portò i monaci a dover fare i conti con l’acqua anche nelle celle.

Il disco aureo stesso fu vittima dell’inondazione. La cavità che lo ospitava era colma d’acqua e il priore fu costretto a farsi aiutare dai frati a liberarlo dall’allagamento.

Dopo una notte di lavoro riuscirono nell’impresa ma si accorsero che una piccola parte sul bordo del disco presentava una principio di ossidazione. Il fatto risultò anomalo, perchè in tutti quegli anni il Dandellion non solo non aveva presentato alcun segno di deterioramento, ma l’ordine aveva tentato più volte di prelevare dei frammenti per la campionatura e l’osservazione dell’auran, metallo prezioso che costituiva il disco, senza ottenere alcun risultato. Sembrava essere inattaccabile.

Arcibald Nowak era laico ma diventò priore del monastero e dell’ordine cavalleresco grazie ai contatti che aveva alla santa sede. Di media statura, fisico esile, lievemente ingobbito e fuor di dubbio senza troppi scrupoli.

Quella notte, quando si accorse che la corrosione del disco aveva prodotto dei residui, si affrettò a prendere una piccola ampolla e prelevare, senza farsi vedere, la polvere d’auran. Decise di nascondere la boccetta nella cella di padre Kibreab, conscio del fatto che, se lo avessero sorpreso con il prezioso metallo, sarebbe stato allontanato dal monastero, dal cavalierato e avrebbe perso i preziosi contatti che aveva con il sacro pontificio.

Durante l’ora di preghiera Arcibald si nascose nei corridoi e una volta raggiunta la cella del monaco notò il baule dietro alla porta. Prese la fiala dalla tasca e la ripose cautamente in un angolo della cassa. La richiuse con delicatezza e uscì dalla cella, accertandosi di non essere visto. L’avrebbe recuperata in un momento più opportuno.

All’alba padre Kibreab si alzò dal letto e controllò i diari; in poche ore sarebbero stati pronti e avrebbe potuto consegnare all’abate il suo, sperando che l’opera di nuova rilegatura fosse di suo gradimento.

Ripose le agende nel baule e quando fece per chiuderlo notò l’ampolla. Il Dandellion aveva un colore caratteristico, l’oro rosso. Capì che qualcuno aveva sottratto la polvere e l’aveva nascosta nella sua cella. Per non cadere nel tranello, ripose la fiala e mise la cassa, oltre al doppio fondo dell’armarium. Ma Olivier non era uno stupido, sapeva che prima o poi quel “qualcuno” sarebbe tornato a recuperare il reperto sottratto :”Se crede di farmi fesso si sbaglia. Terrò vicino al letto un bastone di ferro e chiuderò accuratamente la cella, anzi meglio ancora, farò in modo che chiunque apra la porta, io possa sentirlo” pensò tra se e prima di chiudere il chiavistello della sua camera. Legò alla maniglia un piccolo campanello, in modo che, se avessero tentato di aprire la porta, si sarebbe svegliato.

Arcibald, la notte, si diresse verso la camera del monaco per prendere ciò che aveva nascosto. Armato di torcia e convinto di trovare l’uscio aperto premette sulla maniglia in modo deciso. Sentì il suono di un campanello dall’altra parte e la porta chiusa. Novak, spaventato, tornò di corsa in camera sua sperando di non essere visto da nessuno. “Cosa diavolo è andato storto?Il monaco deve aver capito che qualcuno gli avrebbe fatto visita. Devo trovare il modo di far abbassare la guardia a Kibreab. Prima o poi riuscirò a recuperare l’ampolla.” pensò il priore. Tanto non aveva fretta, non aveva ancora preso accordi con la santa sede per spedire il campione e ottenere il dovuto compenso.

Novak lasciò passare due settimane e ritentò l’impresa. Sfortunatamente quella sera padre Kibreab dimenticò di attaccare il campanello alla porta, benché l’avesse accuratamente chiusa. Quando Arcibald gli fece visita riuscì a forzare la serratura ed entrare indisturbato. Ma non trovò il baule. Preso dal panico svegliò il povero monaco, strattonandolo dal collo della camicia da notte e obbligandolo a confessare dove lo aveva nascosto, minacciandolo con un coltellino puntato alla gola. Olivier, terrorizzato e mezzo addormentato, non riuscì ad emettere un fiato. Nowak, in un impeto di ira incontrollata, prese il candeliere accanto alla branda di Kibreab e lo colpì alla testa uccidendolo. 

Al mattino i monaci trovarono il corpo del frate prono sul pavimento con il capo fracassato, .

Il baule non venne mai ritrovato sino agli inizi del 1800, quando il monastero venne restaurato e convertito in fortezza da Ser William Johanson e il curatore Baldazar Hall, cercando di mantenere la pianta originaria. Durante le opere di bonifica e restauro venne alla luce la cassa.

Baldazar si recò nella contea del Gwent per farlo valutare da Lord Devemport, ricercatore e collezionista d’arte, appassionato all’ordine monastico e al cavalierato, il quale offrì a Hall dieci mezze sovrane.

Il collezionista imbarcò il baule e il diario dalla rilegatura di cuoio su una nave per l’America, tenendosi quello con la farfalla incastonata nella tela. Aveva preso accordi con una famosa casa d’aste a New York che l’avrebbe messo sul mercato come pezzo antico appartenente al cavalierato.

La cassa prese vie traverse, arrivando nell’Illinois nella casa colonica di Mr. Thomas Lincoln parecchi anni dopo.

Fregene Vault

Illinois, 1860…

Fregene Caroline Vault, inserviente mulatta della famiglia Lincoln, scoprì il baule nel sottoscala che portava alle cantine della casa colonica. All’interno vi trovò parecchi ammennicoli coperti di polvere e, in un angolo dimenticato, il diario del monaco. Prese penna e calamaio e fece per scrivere il suo nome quando si accorse che lo stesso si mise a scrivere per conto suo.

Dallo spavento lo lanciò maldestramente vicino il camino acceso. Quando realizzò che stava per prendere fuoco, lo tolse tempestivamente dalle fiamme scottandosi una mano.

Fregene, stupita da quella specie di stregoneria, decise di leggere cosa il diario avesse da dirle. In breve si affezionò a quello strano modo di comunicare, imputandolo ad un dono divinatorio del cielo.

La ragazza in realtà, era la sorellastra di Abraham, avvocato prima ed eletto successivamente sedicesimo presidente degli stati uniti d’America nel 1860. Nata da una relazione extra coniugale tra il padre Thomas e l’inserviente di colore Caroline, venne adottata dalla seconda moglie di Thomas, miss Sarah Johnston.

Conosceva a memoria tutti i passaggi che congiungevano la storica stanza ovale del secondo piano, con le rispettive stanze principali che Abraham abitualmente usava. Non era noto che la casa bianca avesse dei passaggi segreti, se non al personale di servizio e ai membri della famiglia presidenziale. Erano stati costruiti nei primi anni del secolo, per permettere al presidente e alla famiglia di scappare in caso di attentato e raggiungere il bunker sotterraneo realizzato proprio per lo stesso scopo.

Fregene aveva preso l’abitudine di nascondere il diario nel baule e riporlo nei cunicoli che dalla sua stanza conducevano a quella del fratello Abe. Era diventato un confidente personale, elargendo consigli e preziose riflessioni che avevano portato la ragazza a prendere fiducia in se stessa. Non aveva amicizie se non all’interno della residenza che si riducevano a suo fratello, all’aiuto cuoca e al cane di famiglia Buddy. Peloso e maldestro golden retriver, dal temperamento giocoso e dal vizio poco apprezzato di rosicare scarpe e ciabatte e rubare i biscotti dalla dispensa.

Dal fisico esile e dalla pelle olivastra si vedeva brutta, poco incline alla socializzazione e molto riservata. Il diario in qualche modo aveva saputo infonderle una certa sicurezza, invitandola sempre a credere in se stessa. “Tutto quello di cui hai bisogno giace dentro di te, già ti appartiene“. Era felice di trovare un mentore tra le righe di quella magia che ancora non sapeva come spiegarsi. Ma si riteneva fortunata, non solo per l’agiatezza della sua vita ma anche per aver trovato qualcuno in grado di sostenerla.

Suo fratello era molto affettuoso con lei ma, a causa dell’incarico presidenziale e prima ancora per gli impegni che lo vedevano occupato nel suo lavoro di brillante avvocato, aveva sempre meno tempo da dedicarle. Nel contempo aveva deciso, grazie anche agli stimoli che il prezioso diario le dava, di approfondire le nozioni di storia, geografia e scienze. “Cambiare, evolversi, nutrirsi spiritualmente e mentalmente, non significa eliminare ciò che si è stati, ma migliorare la propria conoscenza, la visione che si ha di noi stessi“.

La vita solitaria però non l’aiutava. Cercava conforto nelle piccole cose, nei discorsi accorati con la cuoca che l’aveva praticamente cresciuta, dato che perse la madre in tenerà età e miss Johnston era  sempre indaffarata nelle faccende famigliari o a crescere i suoi tre figli naturali. Diventò determinata, riflessiva e molto incline alla ricerca.

La grande biblioteca del piano interrato le dava la possibilità di studiare e documentarsi a tal punto che una mattina prese l’importante decisione di diventare ricercatrice personale del presidente. Era consapevole che il colore della sua pelle l’avrebbe ostacolata ma anche che suo fratello si batteva anima e corpo per i diritti civili delle persone di colore. Forte anche del fatto che il diario scrisse una frase che l’aveva spinta nella direzione giusta e che difficilmente avrebbe dimenticato: “Non arrenderti mai, potresti fermarti a un metro dal successo“.

Una mattina Fregene prese il diario dal baule quando suo fratello la chiamò, «Frenny, dove ti sei nascosta?» Avevano la simpatica abitudine di nascondersi nelle varie stanze della casa colonica in Illinois, passando il tempo libero a rincorrersi. Abitudine che mantennero, anche se entrambi erano ormai adulti. Era un modo simpatico di dimostrarsi affetto reciproco.

Appena sentì la sua voce di suo fratello si nascose nel baule con il diario in mano. Uscì parecchi minuti dopo e non trovandolo andò a cercarlo. Il suo stupore fu nel ritrovare tutto diverso. Non solo il personale di servizio e le vettovaglie ma anche che in carica non c’era più Abraham, bensì Wilson Woodrow.

Disperata e scioccata si nascone nuovamente nei cunicoli di collegamento tra una stanza e l’altra nel timore di essere scoperta. La sua fortuna, nella angosciosa situazione, fu che, conoscendo perfettamente le abitudini presidenziali di orari e funzioni e l’ubicazione di stanze e corridoi, riuscì per parecchio tempo a rimanere nascosta.

Venne a scoprire che aveva fatto un salto nel tempo di 48 anni. Il baule, per una inspiegabile anomalia, l’aveva trasportata nel futuro. D’altronde era già entrata in contatto con l’incomprensibile attraverso il diario. Il quale l’aveva aiutata e sostenuta anche in questo caso.

Una notte sentì un rumore e presa dal panico guardò il baule. Fece per nascondersi dentro quando si fermò a riflettere “E se mi spostasse ancora nel tempo?” Non voleva rischiare di trovarsi di nuovo in una situazione spiacevole, ma a quel punto non aveva nulla da perdere.

Le venne in mente un’idea ridicola;  provare ad interrogare il diario per vedere se avesse delle risposte da darle e così, senza troppo riflettere, provò a scrivere nello spazio rimasto vuoto.

So di sembrare fuori di senno, ma mi chiedo, e se tu fossi in grado di darmi delle risposte? Come nasce la magia di questo diario? Perchè salto nel tempo? E sopratutto chi è creatore di questa magia? Fregene Caroline Vault, Washington 1913″.

Penelope e Alfred

Newport, Galles, 1989…

La vetrina di Iago Sullivan, vecchio antiquario del paese, mi invitò ad entrare in quel museo di oggetti preziosi dalle caratteristiche particolari. Esponeva nel centro un servizio da te, minuziosamente dipinto, in maiolica bianca e blu cobalto. A sinistra un mappamondo antico, di legno, con dei decori dorati. Appena dietro ad esso delle statuine in ceramica che raffiguravano una coppia di amanti in pose succinte, mentre sulla destra vi erano adagiate due bambole di porcellana, dai vestiti ottocenteschi smunti dal tempo e figurine di vecchi galeoni adagiate a ventaglio sul davanti.

Entrai facendo suonare il campanello. A sinistra il bancone con una vecchia cassa National dai tasti argentati e alla destra dell’ingresso, sugli scaffali dal gusto moderno, vi erano riposti marchingegni sconosciuti, vecchi orologi e pendoli di diverse misure.

Cercavo qualcosa di non ben definito. Forse la mia era pura e semplice curiosità.

Nel locale sulla destra, anch’esso ricoperto dal grigiore del tempo, c’erano mobili antichi e ninnoli vari. Sul fondo un vecchio scaffale da biblioteca, dagli infiniti volumi di testo e copertine smunte dall’usura. Notai su un piccolo tavolino rotondo, accanto alla vetrina, un libro colorato, dove vi era posata una bellissima farfalla dai colori perlati.

L’occhio venne catturato dall’azzurro omogeneo e brillante della carta e da quello strabiliante insetto, con le ali spiegate, adagiato delicatamente sulla copertina.

Feci per avvicinarmi alla farfalla, quando alle mie spalle, facendomi trasalire, mi trovai un uomo sui quarantanni che mi osservava.

Mi voltai lentamente a guardarlo. Alto, giacca a tre quarti nera, occhi nocciola, pizzetto ben delineato e un ciuffetto di capelli castano chiaro che sbucava dal cappello alla Humphrey Bogart. Comparso dal nulla, mi sorrideva compiaciuto.

Mi parve strano, dato che all’ingresso del negozio non avevo notato nessun visitatore, se non il commesso, con uno smunto grembiule nero, che spolverava di tanto in tanto gli scaffali, trascinando rumorosamente le scarpe consumate.

«Prego mia cara, mi scusi se l’ho spaventata». Disse gentilmente l’uomo, facendosi da parte.

«Nulla, non si preoccupi, ero sovrappensiero. E’ talmente bella che risulta difficile distogliere lo sguardo». Risposi indicando la farfalla.

«Ha ragione è bellissima».

«Secondo lei è vera?».

«Beh, fino ad ora non si è mossa. Temo che sia una riproduzione tridimensionale molto realistica».

Mi chinai ad osservarla da vicino, quasi col timore di spaventarla e che volasse via. Aveva i particolari del corpo e del manto talmente ben definiti che faticavo a credere che non fosse vera.

Il libro giaceva solitario e, d’accordo con l’insolito signore al mio fianco, decidemmo di andare a chiedere se ce ne fosse un’altra copia.

Il commesso del negozio, un tipo alto e magro, con i capelli unti e un po’ impacciato, disse che sarebbe andato a chiedere a mister Sullivan e sparì velocemente nel retro del negozio, alle spalle della vecchia cassa.

Il misterioso signore, tenendosi le mani giunte sul cappotto, mi guardava sorridendo e con espressione soddisfatta.

Pochi istanti dopo uscì dalla porta del magazzino Iago Sullivan. Un uomo distinto, dai capelli ancora biondi sulla fronte stempiata, un grembiule intriso d’olio di paraffina e un’età indefinibile.

«Salve mister Johanson, questo libro è antico ed è un’opera unica. Non si conoscono le esatte origini salvo che risale agli inizi del tredicesimo secolo». Sullivan evidentemente conosceva bene l’individuo con cui avevo appena conversato. Probabilmente era un cliente abituale.

«Signorina se lei fosse d’accordo, glielo lascerei, a patto che una volta finito me lo passi. Sono Alfred Johanson, molto lieto di conoscerla». Sempre sorridendo mi strinse la mano con vigore.

«Penelope Blossom, piacere». Risposi timidamente.

Mi porse un biglietto con scritto il suo cellulare, carta e penna per poter scrivere il mio.

«Se mi permette faccio io» Disse gentilmente, tirando fuori il portafogli.

«Ma non è il caso, dato che lo leggeremo entrambi. Se crede possiamo pagarlo a metà. Mi sembra una soluzione più equa».

«D’accordo, mai contraddire una donna» Disse rivolto a mister Sullivan che ammiccò divertito.

Mentre ci incartava il libro osservavo Alfred. Era alto un paio di centimetri più di me. Magro, con un’eleganza nel muoversi che pareva volasse.

Pagammo la somma pattuita con il proprietario, metà ciascuno. Alfred si inchinò con le mani giunte sul petto «Mi faccia sapere, mi raccomando signorina Blossom. Arrivederci». Mi strinse la mano, si rimise i guanti di pelle nera e, nel giro di pochi attimi, uscì facendo suonare il campanello della porta.

Da dove venisse non ne avevo idea, non era della zona nord di Newport. Il portamento nobile, l’abbigliamento particolare e i movimenti aggraziati, mi facevano pensare che venisse da lontano. Sapeva di buono e di antico.

Quella farfalla poi era quasi magnetica. La osservavo di continuo, faticando a compiere gesti semplici, come riporre il portafoglio nella borsa o pensare alle commissioni ancora da sbrigare quella mattina.

Salutai mister Sullivan e uscii dal negozio. Non vedevo l’ora di leggere quel libro.

Passai dal vecchio Cooper O’Neil a prendere latte e uova e andai a ritirare il cappotto in tintoria che avevo portato la settimana prima, dato che Moon, il gattone maldestro che avevo salvato da un infausto destino, mi aveva rovesciato addosso tutto il contenuto di una tazza di te, appoggiata vicino al divano del salotto di casa.

Arrivai tra le mura domestiche, misi la spesa nel frigo, riposi il cappotto nell’armadio, quando mi suonò il cellulare. Era Phobe, una vecchia amica del college, che mi chiamava quasi tutti i giorni per raccontarmi i suoi problemi.

«Penny stai bene?»,

«Si tesoro grazie, raccontami le ultime della settimana… Jordan?»

«Il solito, sembra che io venga sempre dopo sua madre».

Mi raccontò delle angosce della sua relazione con un fidanzato mammone e poco responsabile. L’ascoltavo con affetto e cercavo di darle dei pareri non troppo di parte, dato che ogni volta che lo facevo, magari giudicando il comportamento infantile di lui, mi ritrovavo la parte in causa. Loro risolvevano le loro incomprensioni e io passavo per l’insensibile di turno.

Avevo conosciuto Phobe l’ultimo anno di università. Mi ero laureata in economia alla Cardiff University ed avevo intrapreso il lavoro di contabile, in autonomia. Il mio ufficio era una stanza di casa, dove l’archivio, diventando sempre più cospicuo, man mano stava occupando prima il corridoio e successivamente anche la sala da pranzo. Ma amavo quella casetta dai mattoni rossi, tipica dei borghi caratteristici di Newport e non avevo nessuna intenzione di cambiarla. L’unica soluzione ragionevole sarebbe stata quella di prendere un vero e proprio ufficio. Avevo bisogno anche di una segretaria a dire il vero, ma era una necessità che avevo sempre procrastinato.

Aprii la prima pagina e l’inizio della storia mi inquietò. Descriveva l’interno di un negozio di antiquariato, con diversi ninnoli e archibugi e una donna alta, dai capelli lunghi castani, dai profondi occhi scuri e dal portamento raffinato, che notava un libro con una farfalla adagiata sulla copertina e un misterioso individuo che gli compariva alle spalle.

Non sapevo cosa pensare. Come era possibile una cosa simile?

Deglutii a fatica. Rilessi tutto da capo. Mi dissi che forse ero talmente presa dai fatti che avevo letto con troppa fantasia.

Tutt’altro, accidenti! La storia nel libro era identica alla mia. L’antiquario, il libro con la farfalla e il signore con il cappello. Sembrava un episodio di Ai confini della realtà. C’era un silenzio irreale, sentivo solo il rintocco dell’orologio in cucina.

Decisi di staccare un’attimo l’attenzione e prepararmi una tazza di te. Tornai pochi istanti dopo ad appallottolarmi sul divano, tirando le maniche della tuta sin sopra le dita. Non saprei dire se ero veramente infreddolita o se quel libro mi aveva terrorizzato abbastanza da intorpidirmi. Feci un respiro profondo e continuai a leggere.

La ragazza del racconto, dopo l’incontro con il signore misterioso, si teneva il libro e scambiava il suo numero di cellulare con quello dell’uomo. Fuori dal negozio, a casa, chiamò un’amica al telefono.

Avevo paura ad andare avanti. «A me è andata diversamente, mi ha chiamato lei!». Mi sforzai di gioire del fatto, restando ugualmente atterrita. «Voglio vedere sino a che punto si spinge, questa storia surreale!». Parlavo all’aria, come se qualcuno potesse sentirmi.

La ragazza si sdraiava sul divano a leggere il libro e qualche istante dopo le suonava il cellulare. Era l’uomo che aveva incontrato dall’antiquario quel giorno.

Il mio cellulare era lì, silenzioso, sul tavolino del soggiorno. Sorrisi, cercando di esorcizzare la paura e proseguii. Pochi secondi dopo la suoneria del telefono mi fece sobbalzare dal divano. Guardai il monitor, un numero sconosciuto lampeggiava senza tregua.

Mi prese il panico Oddio che faccio?. Decisi di rispondere, con il cuore che mi galoppava nel petto.

«Penelope?»

Silenzio.

«Signorina Blossom è lei?»,

«Si, chi parla?»,

«Sono Alfred, ricorda? L’uomo che ha conosciuto stamattina».

E come potrei dimenticare, pensai.

«Sta leggendo il libro per caso? Volevo avere un’idea di cosa parlasse. Scusi se mi sono permesso di disturbarla ma non ho fatto altro che pensare a quella farfalla.»

«Si lo sto leggendo e a essere sinceri è un libro strano, mi incute paura.»

«Ma come?» 

Gli dissi che il libro aveva qualcosa di anomalo e che desideravo lo prendesse lui. L’uomo fu molto colpito dalle mie parole e acconsentì a venirselo a prendere.

Un ora e mezza dopo mi squillò di nuovo il cellulare, mister Johanson aspettava davanti a casa.

Ero in tuta e calzettoni e con i capelli che sembravano più un nido di passeri solitari.

Lì per lì pensai di uscire così com’ero, non volevo prendermi troppo affanno per un perfetto sconosciuto. Però in effetti assomigliavo molto alla piccola fiammiferaia rapita da uno stormo di pipistrelli. Decisi di cambiarmi in fretta e darmi una sistemata ai capelli.

Guardavo quella bellissima farfalla con terrore. Che diavolo di libro indemoniato mi ero portata a casa?

Nell’uscire salutai il vicino di casa che stupito mi chiese: «Scusi, ma aspetta lei quell’affare enorme che c’è fuori in strada?», lo guardai perplessa.

«C’è una specie di carro funebre sul vialetto davanti, non l’ha visto?»

«Carro funebre?!»

Una Bentley lunga un miglio, nera come la notte, ruote cromate e autista, era parcheggiata dietro la siepe d’ingresso che conduceva verso casa.

Mi avvicinai timidamente alla macchina e il finestrino oscurato dietro si abbassò.

«Buongiorno signorina Blossom.»

«Buongiorno a lei, mi chiami pure Penny, è più corto e informale. Ecco il libro incriminato», dissi dalla strada, cercando di mascherare l’agitazione evidente.

«Perché? È cosi terribile?» no, in effetti, era peggio che terribile.

Mi accorsi che mister Johanson non aveva più il cappello di quella mattina ma un berretto da baseball e i capelli sciolti sulle spalle. Vide la mia faccia perplessa e disse «Penny salga per favore, non posso stare in mezzo alla strada con la macchina. Facciamo un giro, mi racconta del libro e la riporto a destinazione, può fidarsi di me». Mi aveva convinto abbastanza da salire in auto con lui.

La temperatura era a dir poco polare. Alfred notò che ero vestita leggera e chiese all’autista di abbassare l’aria condizionata. Gli sedevo accanto, ci divideva solamente una spanna di velluto antracite.

«Allora, è cosi strano questo libro?». Disse corrucciando un sopracciglio, con lo sguardo quasi coperto dalla visiera del berretto che prontamente si tolse.

Aveva un’aria familiare. Non saprei dire cosa lo rendesse tanto empatico, ma sapete quando incrociate qualcuno che non avete mai visto e l’impressione di conoscerlo da sempre continua a martellarvi nella testa? Quelle situazioni ancestrali, di appartenenza a qualcosa di molto superiore a noi. Quella era l’esatta sensazione che avevo avuto per tutto il tempo che le ero stata accanto.

«Dimmi mia cara, cosa c’è di questo romanzo che ti turba così tanto? Se non ti crea problemi, gradirei ci dessimo del tu, cosa ne pensi?»

«D’accordo Alfred. Credo che il libro sia stregato, racconta della nostra giornata di oggi nei minimi dettagli. L’incontro al negozio e un particolare libro con una farfalla sulla copertina. Controlla tu stesso». Sorrise appena e, con il cipiglio di chi fatica a comprendere, annuì col capo e iniziò a leggere.

Nel frattempo la macchina vagava per il centro attraversando zone accessibili solo se eri un taxi o il vice segretario della giunta comunale. Se avessi fatto un giro simile con la mia auto, come minimo, mi avrebbero ritirato la patente. Ma evidentemente il facoltoso signore non aveva questo tipo di preoccupazioni o forse era dotato di un pass particolare.

Osservavo Alfred mentre leggeva, sentivo il suo profumo; un tono deciso di mandarino, con l’intensità del legno e del cuoio. Mi prendeva i sensi. Un’uomo decisamente fuori dal comune. A parte l’evidente agiatezza, colpiva forse di più la straordinaria combinazione tra il gentleman e il ribelle. C’era sempre un tocco moderno e nello stesso tempo originale nella cornice signorile.

Si accorse che lo osservavo e ad un tratto schiarì la voce, il suo volto si incupì improvvisamente.

«Penny? Hai ragione. Questo libro è stregato. Descrive nel dettaglio, quasi microscopicamente, quello che ci è successo oggi». Era serio, spaventato, mi guardò negli occhi, togliendosi gli occhiali che aveva portato sino un attimo prima.

«Devo chiederti una cosa.»

«Dimmi.»

«Dove sei arrivata a leggere?»

«A quando mi hai chiamato, in fondo alla pagina, credo.»

«Bene. Perché le pagine successive sono bianche.»

«Come?!»

Guardai il libro, dopo le ultime righe che avevo letto non c’era scritto più nulla, era totalmente bianco. Non riuscivo a crederci.

Come poteva essere che un romanzo descrivesse una parte della nostra vita così nel dettaglio e si interrompesse come se fosse in attesa del proseguo della storia? Non aveva nessun senso.

Alfred propose di tornare da mister Sullivan a chiedere spiegazioni.

Poco dopo entrammo nel negozio dell’antiquario dove trovammo una signora alla cassa che acquistava una bambola di ceramica. Iago Sullivan era dietro al bancone con gli occhiali sulla punta del naso e cercava di incartare l’acquisto della cliente e affrancare il certificato di autenticità con un grosso punzone per sigilli.

Uscita la signora, il proprietario ci salutò cordialmente.

«Non avete gradito il libro signorina?»

«Mister Sullivan, credo che questo manoscritto abbia qualche problema.»

«In che senso, mi scusi?»

Gli mostrammo la storia descritta e le pagine bianche successive. Aggrottò le ciglia stupefatto.

«Sentite, io so solo che me l’ha venduto un rigattiere. Mi ha detto che era l’unica copia, risalente al tredicesimo secolo. Non so altro, mi spiace»

«Va bene, grazie Sullivan, indagheremo. Nel caso emergesse qualcosa, ci faccia sapere» rispose Alfred e, prima che potessi fare altre domande, mi prese la mano e mi trascinò fuori dal negozio.

«Penelope, ti farebbe piacere cenare da me, così vediamo di capire qualcosa di questo paradosso».

«Veramente non saprei, dovrei tornare a casa.»

«Questa cosa del libro che sa più cose di quante ne sappiamo noi delle nostre vite è parecchio inquietante e vorrei cercare di capirne il nesso».

«D’accordo, ma promettimi che non facciamo troppo tardi, domani mattina presto devo lavorare alla contabilità della signora Thruman.»

«Ti prometto che sarai a casa prima dello scoccare della mezzanotte»

«Come Cenerentola?» dissi divertita.

«Esattamente, meglio di Cenerentola direi, questa non è una zucca trainata da cavalli, anche perchè ci metteresti un mese a tornare a casa!». Rideva di gusto, probabilmente cercava di alleggerire il momento di tensione.

Mi rendevo conto che accettare un invito cosi frettolosamente, da una persona che avevo conosciuto la mattina stessa, mi sembrava un poco irresponsabile. Ma non saprei dire per quale motivo mi sentii di accettare la proposta senza farmi troppi scrupoli. Poi, onestamente, la faccenda del romanzo che stavamo scrivendo inconsapevolmente andava quantomeno presa con dovuta considerazione.

Alfred chiamò l’autista che ci venne a recuperare pochi istanti dopo.

Il libro era sulle mie ginocchia. Volevo aprirlo ma non ne avevo il coraggio. Quella farfalla sembrava osservarmi. Come se sapesse che mi metteva terrore. Chiesi a lui di controllare se ci fosse qualche variazione di sorta. Mi guardò con aria perplessa, come a intendere che se le pagine erano bianche prima sicuramente lo sarebbero state anche adesso. Lo aprimmo insieme, era stata aggiunta una pagina, la visita al signor Sullivan.

Viaggiammo un’oretta abbondante, chiacchierando praticamente tutto il viaggio sulle varie ipotesi che potessero spiegare la presenza di un libro che scriveva in autonomia. Ebbi modo di accennargli brevemente la mia noiosissima vita. Un gatto malandato, un lavoro che amavo, degli amici che potevo contare sulle dita di una mano e di una famiglia praticamente inesistente. Mia madre era mancata diversi anni prima e mio padre si era trasferito in Germania con la nuova moglie e lo sentivo raramente.

Giungemmo nella campagna del nord del paese, su una strada stretta e piena di curve, che ormai era buio. Sarei ritornata a casa a breve o, almeno, così speravo.

Non avevo guardato la strada e, quindi, non avrei potuto dire dove accidenti fossimo.

Realizzai di essere lontano, con uno sconosciuto e con un libro che aveva bisogno dell’esorcista. In quel posto dimenticato dal signore sarebbe potuto accadermi di tutto e mai mi avrebbero trovato.

Alfred sembrava avermi letto nel pensiero e si affannò a rassicurarmi «Stai tranquilla, sei al sicuro». Tutto potevo essere tranne che tranquilla. Comunque apprezzai il gesto, capivo che percepiva la mia tensione.

Arrivammo davanti a quello che nell’immaginario collettivo si può facilmente chiamare castello. La fortezza gotica presentava un’unica grande torre centrale con l’orologio, dove vi era l’ingresso principale. Il resto della pianta rettangolare era ricca di guglie e torrette che ne delineavano il perimetro. Innumerevoli finestre alleggerivano la struttura decisamente tetra.

Un brivido di freddo mi scorse lungo la schiena, mi strinsi nelle spalle intirizzita.

Alfred, molto gentilmente, mi invitò a entrare, rassicurandomi che all’interno sarebbe stato molto più confortevole.

LA FORTEZZA

La grande hall dell’ingresso, sovrastata da archi e volte, era governata da uno scalone imponente di marmo bianchissimo leggermente torto a sinistra. Lo scorri mano, con delle piccole modanature laterali, era decisamente voluminoso anche per delle mani grandi come le mie.

L’immenso salone presentava un ricco stile barocco, decorato da affreschi e dipinti, statue, mobili d’epoca e suppellettili di vario genere, tende e paramenti dalle tinte purpuree arredavano le pareti vicino alle finestre.

Alfred mi osservava il volto con il medesimo stupore con cui osservavo quella magia. Sorrise: «Sono contento che ti piaccia. Un tempo fu anche un monastero sai?».

«Un monastero? Davvero? Alfred è bellissimo!» Si mostrò compiaciuto del mio interesse per quella antica e suggestiva dimora e mi accompagnò alla sala da tè, alla destra dell’ingresso.

Ero impacciata alla vista di tutto quello sfarzo, del fatto che una domestica mi avesse aiutato a togliere il cappotto e della evidente agiatezza di casa Johanson. Il padrone di casa mi condusse in un salotto, alla destra dell’ingresso.

«Penny, gradiresti qualcosa da mangiare? Se ti fa piacere faccio portare qualcosa». Non feci in tempo a rispondere che Alfred era già sparito dalla mia vista.

L’ampia sala da te rispecchiava lo stile barocco predominante. Dalle tonalità panna e azzurre, come la carta da parati a righe, presentava di fronte all’entrata un grande camino, con davanti delle poltroncine in tinta, che divideva armonicamente due ambienti. Sulla destra della sala un tavolo basso dagli intarsi madreperlati, contornato da tre grandi divani fine ottocento. Alle spalle una credenza piena di ceramiche e porcellane e, sul lato vicino alle finestre, uno scrittoio a muro e un orologio a pendolo. Sulla sinistra un grande tavolo in ferro battuto dalle tonalità chiare, mensole ricche di fiori freschi e cassettiere ridondanti di quello stile panciuto caratteristico dell’epoca del re sole, che facevano da cornice a quell’ambiente dai colori provenzali. Due grandi lampadari di cristallo sovrastavano la sala da tè.

Ero talmente presa dalla ricchezza e dal gusto dell’arredamento che non mi accorsi che la domestica era apparsa alle nostre spalle con un vassoio in mano.

«Penny stai bene? Sei silenziosa» chiese Alfred, guardandomi con il volto preoccupato.

«Si perdonami, sto benissimo. Ma credo di non aver mai visto nulla di simile in vita mia. Forse la reggia di Versailles.»

«Non esagerare, ho solo una forte propensione per il gusto barocco e ai mobili antichi. Credo che tu l’abbia potuto notare anche da sola». Rideva come un bambino. Adoravo quel suo modo di essere semplice e sofisticato nello stesso tempo. C’era una purezza in lui che lasciava spiazzati. Sembrava essere al di sopra delle cose.

«Si, da quanto ho capito, sei un assiduo frequentatore di vecchie cantine impolverate e luoghi pieni di cimeli d’antiquariato».

«Già, è più forte di me, ho una dipendenza. Non riesco a farne a meno». Il suo sorriso, forse in mezzo a tutto quello sfarzo, era davvero la cosa più bella che avessi mai visto.

Arrivò l’aperitivo che poteva essere tranquillamente una cena. Tartine, focacce, salumi, formaggi e per finire due calici di Dom Perignon.

Non ero una grande esperta di vini. Mi piaceva il rosso da poche sterline e berlo in compagnia di Phobe e delle amiche di sua madre, durante le partite di bridge a casa della nonna. E a dire il vero lo champagne non era mai stato troppo di mio gradimento. Ma quella sera non potei rifiutare.

«Questo è un pranzo di Natale!». esultai compiaciuta.

Dopo l’abbondante antipasto e un paio di flute del costosissimo nettare, Alfred, guardandomi con quegli occhi da cerbiatto, chiese :«Che ne dici se ci dedicassimo alla ricerca prima di cenare? Te la senti? Ma prima voglio mostrarti una cosa».

«Certo, anche perchè non vorrei fare molto tardi». In effetti, anche se apprezzavo quella meravigliosa magia, il pensiero del viaggio di ritorno a notte inoltrata non mi faceva stare serena. Ero abituata ad alzarmi presto al mattino per cominciare il mio lavoro.

Mi accompagnò alla sala della musica e, oltre al pianoforte a coda che dominava sul resto dell’arredamento, c’era un’arpa celtica. Si sedette sul piccolo seggiolino imbottito e con grazia infinita si mise ad accarezzare le corde facendone uscire una melodia meravigliosa. Non so se erano quelle note magiche a toccarmi il cuore o quell’uomo fuori dall’ordinario.

La grande biblioteca, in stile Vittoriano, giaceva al pian terreno in fondo al corridoio dell’ala ovest. Conteneva centinaia di testi antichi, pergamene e documenti. Un archivio storico immenso. Si potevano raggiungere gli altissimi ripiani, tramite delle scalette, debitamente agganciate a scorrimento.

Tirammo fuori un infinità di testi. Libri di magia, stregoneria ed esoterismo, compresi coleotteri, lepidotteri e schifezze del genere, con la vaga speranza di trovare qualcosa inerente al nostro fantomatico libro. Dopo aver scartabellato un po tutto, senza grandi risultati, Alfred mi prese la mano delicatamente e mi propose di staccarci momentaneamente dalla faccenda e andare a cena.

Malgrado tutto mi sentivo serena. Sarà stata la sua gentilezza, i modi delicati e quel naturale senso di tranquillità che trasmetteva che riuscivano a dissipare la mia preoccupazione.

La sala da pranzo rimaneva alla sinistra dell’ingresso e rispecchiava puntualmente l’arredo ottocentesco del resto del castello. La carta da parati broccata era di una meravigliosa tinta cremisi e le luci di cortesia si susseguivano una dopo l’altra, fino a percorrere tutta la lunghezza della sala. Un grosso lampadario di cristallo sovrastava il lungo tavolo barocco, apparecchiato magistralmente per una mezza dozzina di persone.

Mi sorprese il numero dei coperti. Non mi aspettavo di cenare con altre persone. Di questo particolare Alfred non mi aveva preannunciato nulla.

Non feci in tempo a pensarlo che entrò una squadra di energumeni, vestiti rigorosamente di nero, tanto di auricolare e al seguito una manciata di personale di sevizio. L’autista e il maggiordomo, o almeno così mi era parso di intuire, precedevano l’entrata scenografica.

Mi presentò Arthur Finnigan, un alto e distinto signore, dai modi gentili, dai capelli bianchi e baffi curatissimi che mi strinse la mano energicamente. 

Williford Gardiner, dopo di lui, in un tait scuro e farfallino nero. Capelli grigi laccati indietro, occhialini spessi che celavano piccoli e furbi occhi scuri. Volto aristocratico e decisamente più minuto dell’altro.

Frank Mac Person e Spencer Thompson seguivano in coda. Entrambi di colore, alti e robusti, facevano parte della sicurezza. 

Per ultimo Hector Piotrowsky a capo della scorta. Quasi due metri di uomo, dai lineamenti nordici e dal fisico possente. Capelli biondi sulle spalle, barba folta e occhi di ghiaccio.

Alfred scostò la sedia per farmi accomodare e si sedette accanto, a capotavola. Ordinatamente il gruppo si accomodò e la sala incominciò a prendere vita.

Ero tesa davanti a tutta quella gente e a quella opulenza. E, sopratutto, non avevo idea di come gestire l’infinita parata di posate che avevo accanto al piatto. Non mi era mai capitato di essere ospite in un contesto del genere, dove il galateo era richiesto senza ombra di dubbio. Amavo le cose ricercate ma decisamente molto meno aristocratiche.

«Qualcosa non va, mia Penny?» chiese Alfred, posando il tovagliolo sulle gambe «Nulla, nulla, mi sento un po in imbarazzo.» risposi sottovoce avvicinandomi a lui, «Penny non devi, fa come fossi a casa tua, ci tengo immensamente, non mi piace che le persone si sentano a disagio per questo».

Non mi stupii che un uomo del suo calibro potesse cenare con le persone a suo servizio. Lo conoscevo poco, ma avevo intuito che fosse un uomo buono e sicuramente condividere i pasti con il personale era per lui come stare in famiglia.

Un particolare non mi era sfuggito, non c’era nessuna figura femminile. Un aspetto marginale, ma al contempo insolito, che un uomo di quel lignaggio, ben voluto dalla servitù e dagli uomini al suo seguito, fosse solo.

Alfred si alzò in piedi e chiese la parola facendo suonare il bicchiere di cristallo «Scusatemi, per favore, vorrei fare una presentazione. Vi presento Penelope, una cara amica che ho potuto riabbracciare da poco».

Riabbracciare da poco? Che stava dicendo? Prendendomi da parte mi sussurrò all’orecchio: «Perdonami, ma ci tenevo a rassicurali e non gradisco sbandierare i fatti miei». Avevo capito il senso ma mi sfuggiva qualcosa. Per quale motivo un uomo ricco e maturo sentisse il bisogno di tranquillizzare la servitù?

Ci servirono la cena sontuosa a base di pesce, che non riuscii a gustare data l’agitazione e il poco appetito dovuto all’aperitivo abbondante di poco prima.

Avevo sempre avuto difficoltà ad ambientarmi in situazioni nuove e piene di gente sconosciuta, sopratutto in quel frangente particolare, in un contesto quasi da film.

Dopo cena tornammo nella sala da te a controllare se il libro avesse proseguito la trascrizione degli eventi.

Tamburellavo con le dita sulla carta, quando mi accorsi che era stato aggiunto un trafiletto: ”Ferrum et ignem suum aliud aureum, fuerit tenetur ad fabricandi Legio Templar”. Alfred, che evidentemente conosceva il latino, tradusse la frase :«Di ferro e di fuoco le sue else dorate, saranno legate a forgiare la legione templare».

«Adesso dimmi che diavolo c’entrano i templari?», reclamai con aria stizzita.

«Oddio, non saprei, ma credo che la soluzione migliore sia interpellare Arthur che conosce la storia molto meglio di me. Domani andrò con lui a controllare in biblioteca se per caso ci fosse una qualche sorta di collegamento a questa storia e poi ti aggiorno. Vieni tesoro, ti accompagno a casa, non vorrei farti fare tardi. So che domani mattina devi lavorare».

«D’accordo. Si ti ringrazio, sei molto gentile a preoccuparti».

Presi le mie cose rapidamente e feci per salutarlo, quando senza nessun preavviso mi prese il volto fra le mani e mi baciò. Non so descrivere cosa provai, la sua dolcezza mi faceva cedere le ginocchia. Mi scostai lievemente e arrossendo come una bambina, lo guardai in quegli occhi profondi : «No resta, credo di aver abusato abbastanza della tua gentilezza».

«Insisto, non c’è abuso, solo piacere».

Saliti in auto, Alfred mi prese la mano. Non ero molto sveglia nelle questioni di cuore. Ero timida e queste attenzioni mi creavano sempre un certo imbarazzo. Ma in pochi attimi emerse un grande senso di pace, mi faceva sentire a casa. D’istinto appoggiai la testa sulla sua spalla. Mi venne talmente naturale che non me ne resi quasi conto. Mi accarezzava la fronte, i capelli. Era di una dolcezza infinita.

Giunti a destinazione mi accompagnò alla porta di casa, lo baciai guardandolo in quegli occhi ambrati e intensi : «Grazie per la bellissima serata piena di emozioni, Alfred, te ne sono infinitamente grata»,

«Prego tesoro, mi ha fatto molto piacere averti come ospite. Ti faccio sapere se scopro qualcosa a proposito delle informazioni appena emerse. Buona notte cara Penny» Mi baciò di nuovo e girandosi sui tacchi tornò alla macchina.

Entrai in casa con ancora il cuore che mi galoppava nel petto. Era stato tutto bellissimo, quasi stentavo a credere che stesse accadendo veramente.

Non ero stata troppo fortunata con gli uomini ed ero ad un punto della vita dove cercare di trovare quello giusto era diventato un bisogno trascurabile. Stavo bene da sola, con il mio gatto, le amiche bisbetiche ma adorabili e una montagna di libri da leggere sia per lavoro che per diletto. Ma quel signore distinto era riuscito a destarmi un profondo interesse. A dire il vero non ero nemmeno il tipo da darsi tanto affanno nell’accalappiare un uomo ricco come Alfred. Non mi erano mai interessate le situazioni economiche delle persone che avevano gravitato nella mia vita. Forse anche per il fatto, che grazie alla mia famiglia, non mi era mancato mai nulla e di questo ne ero sempre immensamente grata.

Mi misi a letto e controllai di nuovo il libro. C’era la mia visita alla fortezza e tutto ciò che avevo vissuto con Alfred. Ma nella descrizione dei fatti, quasi simultanei, in qualche trafiletto si prendeva la licenza di aggiungere dei dettagli “personalizzati”.

Nel descrivere i due personaggi principali, aveva aggiunto delle caratteristiche degne di nota. Alfred risultava orfano. Un fanciullo delicato e gentile che era stato cresciuto dallo zio, famoso tiratore di scherma della contea, che gli aveva fatto affiorare quel lato insofferente e ribelle. Questi dettagli erano sparsi qua e là nel racconto e li segnai su un piccolo quaderno.

La mia descrizione, invece, era abbastanza avvilente. Viziata figlia di ricchi borghesi, poco incline alla vita sociale, estremamente timida e introversa. Unica nota positiva, ”Dal cuore schietto e generoso”. Inutile dire che la cosa mi fece molto riflettere.

L’attimo in cui Alfred mi baciò venne descritto così: ‘‘Gli occhi gentili e profondi di Alfred, incrociarono quelli dolci e grandi di Penelope, solo per un’istante. Istante interminabile, dove le labbra dei due amanti si incontrarono sulla soglia del piacere. Labbra tiepide, che assaporarono quei baci timidi, dall’impeto carnale. Corpi vibranti di desiderio e di passione”.

Mi stupii l’emozione che ancora provavo nel rileggere quel bacio e, sopratutto, come il manoscritto avesse saputo descriverlo cosi accuratamente. Sembrava che interpretasse le nostre emozioni e le descrivesse in modo dettagliato. Ovviamente tutte queste considerazioni le tenni per me.

Quella notte feci un sogno che mi turbò notevolmente e nello stesso tempo mi colmava di amore infinito.

Era buio, di un buio talmente nero e funesto, che anche trovare delle ombre accennate risultava pressoché impossibile. Come se la mente si rifiutasse di produrre immagini colorate. Come se ci fosse un blackout, non solo del mio cervello, ma di tutto quello che mi circondava.

Vagare a tentoni non mi era mai piaciuto, nemmeno da piccola, ma tutto sommato non avevo paura. Mi sentivo inspiegabilmente a casa. Nel nulla più profondo, nell’abisso infinito della mia memoria.

Ero cosciente di essere dentro al sogno. Un sogno che aveva l’odore della neve appena caduta. Continuavo ad avanzare, sapendo che sotto i miei piedi non c’era nulla, consapevole che, prima o poi, qualcosa sarebbe accaduto.

Apparve un viso vacuo, quasi impercettibile, ma tremendamente realistico, definito in ogni minimo particolare. Come se qualcuno avesse voluto togliere l’intensità da una fotografia ad alta definizione.

Era mia madre.

Oltre a vederla, ne sentivo l’odore, la riminiscenza. Non era un vero e proprio aroma, ma qualcosa che assomigliava a una fragranza, a un meraviglioso e impercettibile profumo.

Sapeva di crema per le mani al ciclamino, di pelle morbida e antica, della colazione della Domenica, delle mattine di Natale. L’essenza di una mamma non si può spiegare. E’ qualcosa di ancestrale, qualcosa che viene, non solo dal cuore, ma dallo spirito, dall’anima.

Avrei voluto toccarla, abbracciarla, dirle le milioni di cose che non ero riuscita a trasmetterle prima che se ne andasse. Era un sentimento che non ero in grado di descrivere.

I suoi occhi sembravano piangere insieme ai miei. Non vedevo le sue lacrime, le sentiva il cuore, le sentiva ogni minima parte del mio corpo.

Non parlava, ma la potevo udire ugualmente. Percepivo il grande amore che ci legava. Era un sentimento talmente forte che facevo fatica a mettere a fuoco i pensieri.

Volevo poterla amare di nuovo, di quell’amore quotidiano fatto delle cose semplici e spesso scontate, ma che solo quando ti vengono a mancare ti rendi conto di quanto avessero valore.

Desideravo sentire le sue parole, la sua voce, anche i suoi, spesso incompresi, rimproveri.

Gli ultimi cavalieri

Il sabato seguente, di buon mattino, chiamai Alfred: “L’utente desiderato potrebbe avere il cellulare spento o non raggiungibile”. Mi misi alla scrivania per dare una sistemata e chiamai mio padre, che ebbe la faccia tosta di dirmi che sua moglie mi invitava per Natale. Adelaide era tedesca di origine e dai modi glaciali. Sapevo che non era stata lei ad invitarmi, ma lui. Non capivo perchè me la volesse propinare a tutti costi come la santa della situazione, quando ero perfettamente consapevole che, se avesse potuto, mi avrebbe affogato volentieri nella vasca da bagno. Ero la figlia sofisticata e snob, a dir suo, che non si scomodava ad andare a trovare il padre. Ma chi sarebbe andato in casa di un grizzly? Certo per mio padre potevo farlo e lo avrei fatto. Ma miss Adelaide non poteva aspettarsi nulla di più di una visita di cortesia, che mi pesava notevolmente.

Più tardi Alfred mi mandò un messaggio, comunicandomi che si era appena svegliato e che voleva vedermi.

L’autista con la Bentley lunga un miglio arrivò nel pomeriggio. Mi attendeva come di consueto, parcheggiato davanti al vialetto di casa. Scelsi di indossare un sobrio tailleur, dai pantaloni neri, giacca in tinta e una camicetta di raso, regalatami da Phobe al mio compleanno, l’anno prima.

Quando arrivai a Llandovery Alfred mi aspettava nella hall dell’ingresso. Mi baciò con tenerezza, aiutandomi a togliere il cappotto, impaziente di darmi le ultime informazioni che aveva scovato e disse che sarebbe andato a chiamare Arthur e Will. Li aveva presentati come maggiordomo e autista, ma ero più che convinta che dietro a quella mansione ci fosse ben altro. Sembravano fidati collaboratori, molto vicini ad Alfred, nonché legati da profonda e lontana amicizia,

La solita domestica, credo si chiamasse Emily, mi fece accomodare in biblioteca, chiedendomi se gradivo qualcosa di caldo e gentilmente accettai. Ero infreddolita e in tutto quel trambusto una buona tazza di te mi avrebbe ritemprato. Dopo qualche minuto mi raggiunsero i tre intrepidi ricercatori, armati di occhiali e con qualcosa sotto al braccio.

«Buon giorno signorina Blossom». Si avvicinarono stringendomi la mano e si accomodarono sulle sedie accostate al grande tavolo ovale al centro della biblioteca. «Buon giorno» Risposi timidamente contraccambiando il saluto.

«Penny, li ho aggiornati sugli ultimi eventi e ho chiesto loro di darci una mano a dissipare questo mistero».

Arthur e Will si erano accomodati accanto ad Alfred e appoggiarono sul tavolo dei fascicoli dall’aria antica, ingialliti dal tempo e legati da una corda di cuoio consumato.

«Alfred ci ha aggiornato a proposito del libro che avete comprato e sul fatto che è emersa una frase in latino. Se crede, possiamo farle un sunto a proposito del cavalierato, abbiamo trovato dei testi». Dissero mestamente.

«Credo di conoscere le gesta dei templari, ma mi chiedo cosa possa c’entrare questa storia di cavalieri con noi» Dissi con fare interrogativo. In effetti la faccenda era interessante e misteriosa nel contempo, ma non ci vedevo nessun nesso con le nostre vite.

«Signorina, non sono in molti a sapere che l’ordine Templare esiste ancora».

«Davvero? Ma per quale motivo scusate? Non è più tempo di cavalleria e battaglie medioevali o sbaglio?».

«Vero, ma il loro intento è sempre stato e, credo di poter confermare personalmente, quello di proteggere la verità»

«Proteggere la verità?» Domandai perplessa e sopratutto ”confermare personalmente?” Cosa intendeva?

Si guardarono l’un l’altro con fare complice.

«Senta, so di provocare un certo stupore, ma credo che a questo punto della storia sia necessario mostrarle una cosa, permette?» Disse Arthur timidamente. Annuii col capo, in attesa degli eventi. A quel punto ero talmente coinvolta che non avrebbe avuto senso tirarmi indietro proprio in quel momento.

Will prese una ricetrasmittente e disse qualcosa che non capii. Il gracchiare della trasmissione mi impediva di sentire cosa si stessero dicendo.

Venti minuti dopo dal corridoio principale si sentiva provenire un gran baccano. Mi avvicinai alla porta e timidamente mi affacciai a vedere cosa potesse provocare un rumore simile. Sembrava un’armata sabauda in marcia verso il sacro pontificio. Alfred e i due uomini mi guardavano in attesa di una mia reazione.

Dal fondo arrivavano maestosi dei cavalieri, coperti da una maglia metallica, con tanto di corazza, ancia e spada, che, marciando rumorosamente, venivano verso la biblioteca.

Entrarono uno a uno, scintillanti nelle loro armature, come fossero appena uscite dalla forgia del fabbro. Appiccicata alla porta rimasi immobile ad osservarli. Con maestosa grazia si inchinarono davanti a noi. Non emisi un fiato. Non sapevo se essere spaventata, stupita o incredula.

«Quello che vede, signorina, è l’ultima legione dell’ordine di Llandovery. Crediamo che il suo libro si riferisca a questo» Disse Arthur con riverenza.

Appena ripresi un minimo di razionalità, dissi: «Sono molto colpita, ma mi viene da chiedere a questo punto che nesso possa esserci tra il cavalierato e il mistero del libro».

«Ancora non lo sappiamo signorina Penelope, ma lo scopriremo.» Rispose Williford, mentre i cavalieri lasciavano rumorosamente la sala.

Ancora incredula, ripresi il controllo e la padronanza di me stessa, cercando di aggiustarmi la giacca e darmi un certo contegno. Non feci altre domande, non ne avevo la forza. 

Passammo il pomeriggio a sfogliare il fascicolo che Will e Arthur avevano precedentemente portato e sottoposto alla nostra attenzione, ma non arrivammo a nessuna conclusione soddisfacente.

Durante la cena, si abbatté su Llandovery un temporale di proporzioni apocalittiche, tanto che Alfred mi propose di restare per la notte.

«Ci posso pensare?». Risposi irrigidita.

«Certo che ci puoi pensare, ma non sei obbligata a dormire con me. Ho più di una stanza per gli ospiti. Puoi scegliere quella che più ti aggrada, più che altro perchè incomincia ad essere tardi e fuori diluvia».

Decisi di accettare, anche perchè il giorno dopo era Domenica e non avevo impegni improrogabili sulla lista, almeno fino al prossimo decennio. Phobe era dai genitori ed io non avevo un’apprensione particolare di tornare alle mie scartoffie.

Una volta sola con Alfred mi prese il panico. Avevo acconsentito a dormire in camera sua, mi seccava dar troppo disturbo e nello stesso tempo desideravo passare del tempo con lui, lontano dagli sguardi indiscreti dei suoi amabili collaboratori.

«Che lato del letto preferisci? Cosa mi metto per dormire? Non ho lo spazzolino». Rise per l’evidente stato di agitazione che mi rendeva un tantino paranoica.

Mi portò un suo pigiama e il necessario per lavarmi, che mi consegnò sulla porta del bagno. «Mi assento un attimo, fai con comodo». E richiuse la porta.

Uscita dalla toilette trovai la stanza illuminata da una luce soffusa e pervasa dal suo profumo. Mi sdraiai timidamente nella parte destra del letto, nell’attesa che tornasse.

La camera era, come previsto, in stile ottocentesco. Un ridondante letto a baldacchino di legno d’ebano e un arazzo sulla testata. Classico scenario da film in costume o storie di fantasmi. Ma a quel punto ero talmente esausta che, se anche avessi visto uno spirito di fianco al letto, mi sarei girata beatamente dall’altra parte.

Rientrò Alfred in un elegante pigiama blu e ai piedi delle pantofole con la lettera “A” ricamata sopra. Aveva con sé un vassoio: «Ho pensato gradissi qualcosa di caldo, mia cara». Una tisana alla melissa, con tanto di miele e biscotti. Ringraziai timidamente e lo invitai a sdraiarsi.

«Raccontami questa storia dei templari, perchè onestamente ho qualche difficoltà a comprendere la situazione» dissi, avvicinandomi a lui.

«L’ordine risale ai primi secoli del 1100 e come ti avevo preannunciato è stato anche un monastero di frati cistercensi».

«D’accordo ma perchè il libro menziona i templari e, guarda caso, qui al castello salta fuori un ordine di cavalierato che si collega a questo? Mi sembra tutto un po’ strano».

«Penny, capisco la tua agitazione, ma ti assicuro che avremo tempo domani per ogni domanda che tu voglia porre.»

Finimmo la tisana e lo baciai dandogli la buona notte. Immagino che percepisse il mio imbarazzo.

Mi prese la mano: «Non hai nulla di cui preoccuparti». Sollevò il braccio e me lo mise sulle spalle. Mi appoggiai al suo petto restando in silenzio per un tempo indefinito.

«Alfred come fai a dormire in una stanza da film horror?».

«Dormo con la luce accesa».

«Sul serio?»

«Ma no, ti prendo in giro». Rideva con me, della mia ingenuità.

Ci osservavamo le mani fondersi l’una nell’altra armonicamente, accarezzando i pensieri, le vite che avevamo vissuto, le strade che avevamo percorso sino a quel momento. Sembrava che le nostre dita, in quella danza, si parlassero senza aver bisogno di parole.

Era sereno, lo percepivo. Probabilmente il suo unico cruccio era quello di farmi sentire a mio agio. Mi diede la buonanotte e spense la luce. Sapevo che, galantuomo qual era, non avrebbe approfittato dell’occasione e dentro di me lo ringraziai per questo. Non ero ancora pronta.

Mi svegliai all’alba, in quella flebile luce mattutina dai contorni azzurrati. Le finestre lasciavano trasparire lacrime di pioggia che danzavano sui vetri, seguendo il ritmo del temporale che finalmente si allontanava.

Alfred dormiva su un lato, con il braccio adagiato dalla mia parte del letto. Il suo aspetto raffinato e selvatico, allo stesso tempo, si rinnovava ai miei occhi ancora una volta. L’atmosfera aveva l’odore della bellezza divina, delle cose uniche e rare.

Mi diedi una rinfrescata e uscii dalla camera, con il pigiama e la vestaglia di Alfred. Al primo piano, c’erano le stanze della famiglia. Era un lungo corridoio, dal pavimento a rombi gialli e neri, che seguiva la pianta rettangolare del castello, arricchito da innumerevoli armature poste tra le porte.

Scesi al pian terreno e incominciai a vagare per le sale principali, apparentemente deserte. Dopo la hall, sulla destra dell’ingresso c’era la sala da pranzo, le cucine e la dispensa. L’ala nord era quasi totalmente occupata dalla biblioteca e la sala di lettura. La parte ovest dalla sala della musica e la sala da te.

Flebili luci di cortesia illuminavano la penombra, in quella alba uggiosa di un grigissimo autunno gallese.

Attraversai il grande atrio principale e imboccai un altro corridoio. Un profumo penetrante di biscotti appena sfornati e il tintinnio di posate e bicchieri guidavano i miei passi assonnati verso la cucina. Era una piazza d’armi, banchi e banconi, padelle, mestoli e utensili vari. Quasi tutto il personale era radunato lì.

Incrociai Arthur che usciva con una brioche tra i denti. «Mia cara, buongiorno» Mi indicò di seguirlo, verso la sala da pranzo.

Come la cena, anche la colazione sembrava un buffet di Natale. Frutta fresca, caraffe di succhi, affettati, formaggi, muesli, biscotti, brioche, mille tipi di marmellate e ogni genere di ben di dio. I distributori delle bevande calde erano moderni, ma di fattura antica. Mi sedetti dove ero seduta a cena e di fronte si accomodò Arthur. Accanto a lui c’era Frank Mac Person che leggeva il quotidiano, Hector Piotrowsky intento a scegliere una fetta di torta dal carrello dei dolci e Spencer Thompson che parlava con l’auricolare attaccato all’orecchio.

«Se ha voglia, più tardi, la posso accompagnare a fare un giro della tenuta», disse Arthur alzandosi da tavola.

Finita la colazione salii in camera a vestirmi, tentando di non svegliare Alfred e tornai di sotto a cercare il signor Finnigan. Lo trovai in giardino indaffarato a lavare la macchina con la canna dell’acqua. «È pronta per il giro turistico, milady?».

«Certo». Risposi infilandomi la giacca. Finalmente il sole aveva fatto capolino in mezzo alle nuvole che sovrastavano Llandovery.

«Penny, a sinistra può vedere la fontana delle Amazzoni». Era magnifica. Raffigurava due donne avvinghiate tra loro nell’atto di combattere.

Quei giardini mi ricordavano Versailles: la struttura di foggia francese, lo stile barocco che ricorreva anche nel castello. Nel camminare, vicino a una siepe, vidi una grotta. Anomala per quel contesto ameno.

Appena finito il giro cercai di liquidare in fretta Arthur, dicendo che sarei andata a svegliare Alfred. In camera trovai una torcia e scesi dirigendomi verso l’uscita, cercando di non farmi vedere da nessuno. Non volevo dover spiegare il motivo di quella scampagnata solitaria.

Decisi di tornare indietro da sola, certa del fatto che avrei trovato qualche indizio o qualche spiegazione del mistero celato dal libro.

Trovai la porta aperta e una botola di tre piedi circa di larghezza, spalancata davanti all’ingresso. Sembrava un invito ad entrare. Si intravedevano delle scale a pioli di legno e piene di tarli. Armata di coraggio e di un vecchio golf di Alfred sulle spalle, scesi nell’oscurità.

Dopo un paio di metri e qualche scricchiolio della malandata scala, arrivai di sotto intirizzita, con qualche scheggia di legno infilzata nelle mani e la torcia che mi penzolava maldestramente dalla tasca.

Ovviamente il cuore che galoppava nel petto, manco fossi all’ippodromo di Birmingham all’ora di punta e allo sparo di partenza. Speravo che nessuno mi stesse cercando e che, in caso contrario, non fossero troppo risentiti del mio giro perlustrativo. D’altronde era proprio stato Arthur a invitarmi a girare la tenuta, no?

Mentre cercavo di calmare quel filo di agitazione, buttandola sull’ironico, sentendomi nei panni di Sherlock Holmes in gonnella, illuminai in giro, ma non notai nulla di particolare a parte il buio pesto e delle lunghissime e schifosissime ragnatele nere penzolanti dal soffitto. Una galleria alla mia sinistra, che immaginai riportasse al castello, e una galleria opposta, che non avevo idea di dove conducesse.

Proseguii per una decina di metri verso il tunnel di destra, quando decisi di tornare indietro.

Mi voltai per uscire timidamente da dove ero venuta e una folata di aria gelida mi sfiorò il viso.

Il forte desiderio di scappare era quasi incontrollabile, ma dovevo proseguire a qualsiasi costo. Sembrava che le gambe avessero una volontà propria, distinta nettamente dal resto del corpo.

Realizzai che non c’era vento, né spiragli che potessero giustificare quell’anomalia. L’aria era totalmente ferma, immobile. Mi si gelò il sangue, capivo che qualcosa di inspiegabile mi aveva voluto far sapere della sua presenza o, forse, era solo il frutto della mia immaginazione. La seconda ipotesi, malgrado la mia spiccata fantasia, era quella più plausibile. Accelerai il passo verso la galleria che portava ai sotterranei del castello.

Mi trovai in quella che poteva essere la cripta. Come sempre tetra, buia, terrificante e anch’essa piena di ragnatele. Si intravedevano le tombe impolverate e le colonne di sostegno. Faceva un freddo tale che iniziai a battere i denti. La temperatura malgrado non fosse bassissima era scesa repentinamente.

Oltrepassato l’ipogeo, quasi correndo e con il cuore che mi martellava costantemente nel petto, entrai in quella che un tempo doveva essere stata la sala delle armi.

La mia torcia funzionava a singhiozzo e mi rimproverai di non aver controllato le pile. Intravedevo delle armature nella penombra. Il fatto che sembrassero figure, di lì a poco nel procinto di muoversi, non calmò il mio stato di panico.

Dovetti riprendere il coraggio facendo uno sforzo immenso per essere razionale. Cosa potevano farmi delle innocue armature? Dato che ero in un castello a parecchi chilometri da casa, da sola e con una torcia spastica, non c’era assolutamente da darsi alcun pensiero. Cercavo di convincermene, ripetendolo come un mantra.

Alcune delle ragnatele mi si erano aggrovigliate addosso, nei capelli, ovunque.

Iniziai a divincolarmi come quando ti strappi di dosso le sanguisughe dopo essere caduto magicamente in una palude o come quando a scuola, da bambina, cercavo disperatamente e senza risultato di togliermi la colla dalle dita. Panico totale.

L’unico rumore che sentivo era il battere dei miei denti. Le mani incollate di fili appiccicosi e il cuore che correva all’impazzata. Mi sentivo persa nel labirinto del Minotauro, sperduta in un castello da brivido, senza una plausibile possibilità di uscirne incolume. Ma proseguii, volevo far luce a quel mistero, anche a costo della mia reputazione.

Dopo parecchio vagare, maledicendo un centinaio di volte la torcia che si rifiutava di collaborare, mi trovai davanti a una porta gigantesca, blindata da Thor in persona in preda a ira monumentale. Sarà stata un paio di tonnellate.

Decisi, quasi sarcasticamente, di tentare di aprirla anche a costo di sfondarla con un calcio ben assestato se necessario. Mi sentivo la forza di un leone, forte del fatto che nulla e nessuno avrebbe potuto fermarmi dal trovare delle risposte.

La maniglia, lunga, sottile, in ferro battuto, era ritorta a spirale. Risi tra me per l’assurda idea di volerla aprire addirittura con un calcio. Che idiozia, ma si sa che nei momenti d’emergenza balenano le idee più strampalate. Quella ne era la dimostrazione.

Alle mie spalle una grande stanza che assomigliava molto a un laboratorio sartoriale.

Quelle figure dall’aria spettrale, girovagando qua e là come un gatto in cerca del topo, cominciavano a infondermi uno stato d’ansia e terrore crescente. Sembrava quasi avessero vita propria. Coltri appoggiate, dimenticate, impolverate, che nell’ombra parevano muoversi autonomamente. Come se avessero voluto dir qualcosa, come se non aspettassero altro che farmi morire di paura.

Ma in realtà tutto era immobile, come in una fotografia diafana, in bianco e nero, degli inizi dell’epoca.

Un altro rumore mi fece trasalire. Mi voltai di scatto e mi trovai davanti un uomo, alto poco più di un metro, con i pugni appoggiati sui fianchi e il volto interrogativo.

«Mi scusi, credo di essermi persa, sono Penelope un’amica di Alfred» dissi timidamente.

Il nano dal volto simpatico e da una disarmante parata di denti bianchissimi, mi guardava senza rispondere. Dopo una manciata di secondi disse: «Sono Pentecoste, in cosa posso esserle utile?» I suoi occhi sorridevano, ma capii che non aveva nessuna intenzione di mostrarmi cosa c’era dall’altra parte del gigantesco portone.

Frettolosamente mi fece intendere che non era né il luogo, né il momento per investigare e mi riaccompagnò alla botola. Mi porse la torcia e con un espressione di rammarico se ne andò.

Dandellion

Corsi verso il castello con il cuore che mi galoppava nel petto e con il forte dubbio che Alfred si sarebbe risentito della mia perlustrazione fuori programma.

Mentre il cielo si oscurava nuovamente mi precipitai in sala da pranzo e trovai Alfred accingersi alla colazione in compagnia dei suoi uomini, illuminati dal rosso tepore a intermittenza, del camino scoppiettante alle loro spalle, che dava alla scena quel calore familiare così unico e particolare del focolare domestico.

Salutai i commensali e mi diressi verso Alfred concitata, con il timore che mi sgridasse per quell’intrusione non autorizzata.

Gli dissi che avevo deciso di fare un giro in giardino da sola, dato che avevo notato la grotta e gli riferii dell’incontro con Pentecoste.

«Penny accomodati. So che sei stata nei sotterranei, me l’hanno riferito e conoscendoti, da quel che ho potuto intuire, sapevo che saresti andata ad indagare». Non so se mi colpì più il fatto che non mi avesse rimproverato o che sembrava che mi avessero invitato a trovare ”per caso” l’enorme portone e ciò che vi era nascosto dietro.

«Scusami Alfred, ma come puoi immaginare, speravo di trovare qualche indizio celato nel castello che si ricollegasse al libro. Non volevo offendere nessuno, ne tanto meno mancarvi di rispetto».

«Non è questo, il cavalierato esiste ancora per una ragione ben precisa e tra l’altro non hai conosciuto tutti. Ma pian piano verrai a conoscenza delle cose. Il tuo coinvolgimento attraverso il libro ci obbliga a rivelarti delle informazioni che sono rimaste celate alla fortezza per molto tempo. Inoltre sarebbe inutile nascondertele perchè il libro non mente». Alfred sapeva che tra le righe del manoscritto c’erano delle informazioni aggiuntive che difficilmente sarebbero sfuggite anche al lettore più distratto.

I genitori di Alfred erano morti tragicamente e, da quanto avevo potuto apprendere, la storia era fitta di mistero. Pare che non fosse stato un semplice incidente. Erano stati travolti da un camion mentre attraversavano il Severn Tunnel, che collegava l’Inghilterra al Galles. Alfred venne cresciuto da Arthur e dai componenti del cavalierato.

«Penny, dato che le informazioni trapelate nel manoscritto diventano sempre più cospicue, non solo ci obbliga a porlo sotto protezione, perchè è fuor di dubbio che tutto ciò che emerge da esso è strettamente confidenziale, ma ci impone anche di rivelarle un altro tassello della storia». Disse Arthur, in tono serio, incrociando le braccia sul petto.

«Siamo in dodici, pian piano conoscerai anche gli altri, ma la cosa più importante è ciò che proteggiamo da sempre». Alfred aggiunse, passando di nuovo la parola ad Arthur.

«Le mostreremo il vero motivo del cavalierato e sopratutto perchè è ancora presente». Concluse, annusando il sigaro irlandese che si faceva passare tra le dita.

«Ma ciò che la storia non sa, è celato dietro alla porta che ha visto questa mattina e che Pentecoste e le guardie sorvegliano costantemente, oltre a tutti noi ovviamente» Ci fu un attimo di silenzio attonito. A parte il fatto che non avevo visto nessuna guardia, fatta eccezione del nanetto dal sorriso smagliante.

«D’accordo, mostratemi la verità per favore. Non credo serva dire che tutto quello che emergerà da questa storia, rimarrà preziosamente custodito». Volevo arrivare a qualcosa di concreto ed era ora che, se fossero a conoscenza di qualche misterioso segreto, lo rivelassero. In fondo quella coinvolta nei fatti del libro ero io ed avevo tutti i diritti a conoscere ciò che c’era da sapere. Nessuno avrebbe potuto prevedere cosa sarebbe accaduto dopo, anche perchè il libro, fino ad allora, non aveva detto nulla di particolarmente scomodo. Ma se ci fosse stato in previsione qualcosa di particolare che riguardasse me o Alfred volevo saperlo.

«Se abbiamo deciso di rivelarle anche il resto è perché non abbiamo alternative, crediamo in lei e confidiamo nella lungimiranza del manoscritto. Se l’ha scelta un motivo ci deve essere. La preghiamo però, qualora volesse allontanarsi dalla fortezza, di lasciare il libro custodito qui. Spero che possa comprendere l’importanza di dover tenere le informazioni in esso contenute solo all’interno dell’edificio». Concluse Williford, sistemandosi gli occhiali sul naso.

Ovviamente capivo le loro motivazioni e non avevo nessuna intenzione di ritornare a casa da sola, con quel mistero da risolvere. Non mi aspettavo che ci fosse un segreto di tale importanza. Nel profondo speravo che emergesse una correlazione con la nostra storia. Ma se Alfred fosse stato a conoscenza delle risposte sicuramente non avrebbe esitato a rivelarle.

Arthur con un cenno di riverenza mi invitò a seguirli. Mi alzai seguendo il gruppo che si dirigeva verso i sotterranei.

L’accesso al sottosuolo presentava una lunga scala di pietra poco illuminata e un susseguirsi di cunicoli stretti e lunghi corridoi. Alfred camminava davanti a me tenendomi saldamente la mano. Essendo gli ultimi della fila dietro non avevo nessuno. Non so dire per quale motivo, sarà stato forse l’eco dei nostri passi, ma continuavo a girarmi con la forte sensazione che avessi qualcuno alle spalle.

«Alfred, non prendermi per pazza, ma ho l’impressione di essere seguita».

«Probabilmente è l’eco tesoro. Il tragitto è lungo e il vuoto dei corridoi rimbomba parecchio. Vuoi venire davanti?»

«Si grazie, te ne sarei grata».

Arrivati a un lungo cunicolo, illuminato da forti luci al neon, un paio di guardie sorvegliavano l’imponente portone che giaceva di fronte a noi.

«Alfred ma io sono passata attraverso ad una stanza stamattina, questo corridoio non c’era».

«Penny, la porta che hai visto stamattina non era la stessa. Ci sono sei porte identiche, con altrettanti corridoi, che dirigono tutti in un unico luogo». Disse Alfred pazientemente.

Giunti davanti all’ingresso mi presentarono ufficialmente Pentecoste O’Gallagher, che si fece strada in mezzo al gruppo parandosi davanti all’uscio enorme, fece un mezzo inchino e, digitando un codice su una tastiera numerica accanto alla porta, apri l’immenso portone. Al di là di esso era buio pesto. Il buffo guardiano dai movimenti veloci e dal sorriso empatico accese le luci dalle tonalità azzurre e potei vedere una grossa istallazione esagonale, con altre cinque porte identiche a quella che avevamo appena passato poste sugli angoli. Nel centro si intravedeva un grande disco scuro.

«Mia cara Penelope questo è il Dandellion, il centro esatto dell’universo, il cuore. La materia di cui è composto è l’Auran, fusione di un geode di roccia magmatica con parecchi metalli nobili esistenti in natura. Il Dandellion non solo corrisponde al nucleo del cosmo, ma è anche l’unico mezzo di mnemesi di transizione del tempo. Significa che se il tempo avesse una memoria sarebbe in grado di produrne il processo inverso».

Lo strano personaggio che parlò apparve dall’ombra, rivelato lievemente dalle luci azzurre che illuminavano flebilmente la grande stanza esagonale. Un vecchio sacerdote, dalla barba bianca e folta, sopracciglia voluminose e capelli grigi, lunghi fino alle spalle. Ed evidentemente conosceva il mio nome.

«Penelope lui è Belifar Johanson, custode dell’Auran» Alfred si avvicinò all’anziano signore e gli indicò una leva. Pochi istanti dopo il cratere che ospitava il Dandellion si illuminò.

Vidi qualcosa di indescrivibile; un enorme disco d’oro rosso, con inciso sulla superficie dei simboli come una specie di meridiana. Mi ricordava molto il calendario maya. Al centro vi era un pittogramma: due cerchi sovrapposti a ricordare il numero otto, con due rette parallele che ne attraversavano l’asse trasversale. Nelle circonferenze che man mano si allargavano verso l’esterno erano presenti simboli e numeri dalle caratteristiche particolari.

Era spettacolare. Trasmetteva magnificenza e grandiosità; come se tutto il concetto del tempo e dello spazio fosse racchiuso in quella piattaforma aurea.

Alfred mi prese la mano, cercando di rassicurarmi. Non saprei spiegare cosa provai, ma se avessi dovuto descrivere la presenza di un creatore, sentivo che tutto il potere del creato era racchiuso in quell’enorme e mistico disco rosso.

Mi spiegarono che il Dandellion era il motivo principale dell’esistenza del cavalierato e che era stato vittima di numerosi attacchi durante il corso del tempo. Erano interessati all’Auran, lega metallica dal potere di transizione. Mentre il cratere formatosi dall’epicentro cosmico era l’Aztragalum.

Pochi istanti dopo comparve un’altra figura accanto a Belifar, Astrideide Novosky. Giovane fanciulla dai lineamenti decisi, occhi neri come l’ebano, capelli biondissimi e dall’aspetto selvatico.

Dopo di lei si presentò Narcisuss Doyle, androgino personaggio in tuta e scarponi militari. Alta, fisico muscoloso, capelli platino rasati quasi a zero e occhi acqua marina. Il bellissimo volto della ragazza era in netto contrasto con il resto della corporatura. Sembrava che avessero messo il volto di una barbie sul corpo di Ken.

Inuthron Mac Carty comparse dietro a Belifar. Un bambino di circa cinque anni, dai capelli bianchissimi e dagli occhi viola. Non disse una parola, ma sembrava che la sua presenza fosse percepibile anche dall’aria stessa.

Ultimo del gruppo Hidryon Walsh. Sembrava un modello di uomo Vogue, fisico statuario e capelli rasati. Piccolo particolare; il colore della pelle, quasi grigia. Alfred mi spiegò che era una malattia chiamata argirosi. Il ragazzo aveva lavorato sin da giovane alla lavorazione dell’argento. La lunga esposizione al metallo aveva provocato alla pigmentazione del derma il tipico colore dell’argento.

Pareva che Alfred ed Arthur avessero reclutato ogni essere fuori dall’ordinario del paese per costituire quella originale squadra di eroi. In seguito capii che per questo motivo, non solo avevano dato a queste persone particolari un motivo in più per credere in loro stessi, ma anche che le loro caratteristiche erano fondamentali per la particolare missione che avevano

«E’ meglio che torniamo di sopra è ora di pranzo» Alfred ci fece strada e lentamente ripercorremmo i lunghi corridoi che portavano al castello. Belifar e gli altri ci seguirono, lasciando Pentecoste e le guardie a sorvegliare il Dandellion.

Una squadra di eroi

Esisteva ancora un ordine di cavalierato secolare, discendente dei templari, che proteggeva a costo della vita, un grande disco metallico generato dal nucleo dell’universo. Che a mio parere, se ci fosse stato davvero un centro o punto di partenza, vedevo poco probabile che fosse il nostro pianeta. Ma in fondo le scoperte sull’origine del cosmo e della sua evoluzione erano in continuo aggiornamento. E se pensiamo che tempo fa si credeva che il sole gravitasse intorno alla terra, o che la stessa fosse piatta, sarebbe logico dedurre che nuove ipotesi verrebbero prese con dovuta considerazione.

Mi facevo mille domande anche sulla teoria dell’infinito. Se l’universo era senza fine, come poteva esistere un centro? Ma da quanto avevo appreso, pareva che oltre al nostro, ci fossero altri universi.

Il Dandellion possedeva la mnemesi o memoria in grado di invertire la transizione temporale, ma nessun documento scientifico ne riportava l’esistenza. Non c’era pezzo di carta o brandello di trascrizione che parlasse del prezioso disco metallico. Né tanto meno dell’ordine di Llandovery.

Cercavo di mettere insieme le informazioni scientifiche che già possedevo con le nuove appena apprese, seguendo una logica che mi permettesse di accettare l’esistenza di qualcosa che ancora non avevo chiara.

Una sorta di vettore temporale, come se il tempo, in grado di stabilire una direzione, avesse di conseguenza presente anche l’altra. Teoria sempre presa in considerazione ma mai verificata.

Certo era che, se il mondo fosse stato a conoscenza della possibilità di decidere in quale “verso” andare, ogni individuo avrebbe potuto spostarsi sulla linea del tempo a suo piacimento, creando un caos cosmico di proporzioni catastrofiche.

Ma in realtà credo che ognuno di noi abbia una linea temporale propria. Non solo perchè ogni individuo percepisce il tempo in modi diversi, ma anche perchè persegue direzioni differenti su una linea di “spazio” personale. Ogni vita percorre il proprio viaggio verso destinazioni diverse e simultanee alle altre. Miliardi di linee infinite, miliardi di vite che si intrecciano in schemi più o meno complessi.

Un sacco di volte mi era capitato, passando accanto a una persona tra la folla o incrociandola sul marciapiede, di percepire il suo mondo, le sue storie da raccontare, i suoi pensieri e le sue preoccupazioni. Quell’ io fragile e indifeso, che risiede nel profondo di ognuno di noi, quando ci rendiamo conto che siamo solo anime di passaggio, racchiuse nell’ordine cosmico dell’universo.

Alfred mi raggiunse al tavolo e, mentre ci servivano il pranzo, con la sua consueta delicatezza mi invitò a controllare nuovamente il libro.

Narrava gli ultimi eventi con il solito puntiglio, in accurate descrizioni, senza omettere nessun particolare.

Aveva aggiunto con incredibile precisione ognuno dei personaggi appena conosciuti e comparsi nella trama.

Belifar Johanson era descritto come introverso e mistico personaggio, dalla saggezza infinita e dalla particolare dedizione alla cura di barba e chioma, come fosse una sorta di rito quotidiano. Olii profumati ed essenze, unguenti e intrugli vari, rigorosamente fatti da lui, che gli permettevano di mantenere la folta barba e i capelli come fossero un manto di seta pregiata. Le tuniche che indossava erano scrupolosamente tagliate e cucite personalmente. In quel frangente capii perchè la sala che avevo visto prima del Dandellion era un laboratorio sartoriale. Era lo zio di Alfred ed era diventato sacerdote che era ancora ragazzo. Dato l’inusuale abbigliamento e la vita da asceta, si era allontanato dalla chiesa presbiteriana e si era rifugiato al castello, con grande entusiasmo del fratello, padre di Alfred e della famiglia che lo aveva accolto calorosamente.

Astrideide Novosky era orfana e fu cresciuta in un orfanotrofio di suore, dove il primo comandamento era l’obbedienza e la sottomissione. Aveva imparato le scritture antiche dalla madre superiora che l’aveva in qualche modo aiutata e protetta. Appena riuscì ad evadere diventò l’opposto di quel mondo sterile che l’aveva cresciuta e plasmata. Incontrò Arthur che era ancora adolescente, il quale settimanalmente portava i pasti in esubero del castello, nel centro sociale di Cardiff per ragazzi disadattati. La condusse in famiglia e le insegnò pazientemente l’arte del fioretto, diventando il suo mentore. Astrideide era amata da tutti malgrado il suo carattere ribelle e la difficoltà a seguire le regole. Quello scoiattolo selvatico sapeva entrare nelle grazie anche di Williford che pareva poco incline a effusioni affettive e che lui chiamava causticamente “smancerie puerili”.

Narcisuss Doyle era scappata di casa a causa del padre che la maltrattava e dopo aver scoperto le sue inclinazioni omosessuali, si era arruolata nella Royal Welsh, appena maggiorenne. Dieci anni più tardi, in un pub di Newport, aveva conosciuto Alfred, che si era incontrato con Iago Sullivan e un rigattiere di Conwy nel nord del Galles per l’acquisto di un clavicembalo del 1600, proveniente dalla Scozia. La ragazza, in evidente stato di ebbrezza, era stata aiutata dai tre intrepidi soccorritori a tornare a casa. Ma quando videro le condizioni in cui era messo l’appartamento, Alfred le offrì riparo al castello, offrendole di diventare parte del cavalierato.

Pentecoste O’Gallagher faceva il clown in un circo rinomato di Cardiff. Durante uno spettacolo, mentre duellava abilmente con il compare, Alfred lo notò. Diventarono amici inseparabili e, qualche anno dopo, gli propose di vivere al castello e gli offrì il lavoro di custode.

Inuthron Mac Carty invece era descritto cosi: “Piccolo uomo dalla mente eccelsa e dal cuore puro. Coloro che avranno modo di incrociare la sua strada, ne rimarranno profondamente segnati“.

Oltre alle caratteristiche insolite; capelli quasi trasparenti, disordinatamente sparsi qua e là sulla testa rotonda e questi occhi così particolari, il piccolo comunicava attraverso i segni. Era pronipote di Arthur. Perse i genitori che era ancora piccolissimo, venne accolto in famiglia e cresciuto da ognuno di loro. Ma non aveva mai detto una parola in vita sua.

Hidryon Walsh era figlio di un minatore che se lo scarrozzava in largo e in lungo per il Regno Unito, portandolo spesso nei cantieri alle miniere di Llywernog dove veniva estratto l’argento. Contrasse l’argirosi poco dopo i trentanni. Williford lo conobbe in un centro di magnetoterapia e con l’andare del tempo si instaurò una bella amicizia che condusse l’uomo al castello dove si stabilì definitivamente.

La caratteristica ricorrente in ognuno di loro sembrava essere la fedeltà alla famiglia, il senso del dovere, del sacrificio e l’animo gentile e generoso.

Il resto della giornata lo impegnammo in lunghe conversazioni e infinite tazze di te, con i biscotti allo zenzero preparati magnificamente da miss Molly, la cuoca paffuta e radiosa che aveva saputo rapire il cuore di tutti. Mi avevano colpito i suoi modi gentili e l’affetto che ci metteva in ogni cosa che preparava per noi. Era un po la mamma di ognuno di loro.

Mortimer, invece, era l’aiuto cuoco, nipote di Molly. Alto e dinoccolato ragazzo dalla simpatia travolgente che, durante la cena, ci aveva intrattenuto con le sue storie di fantasmi, diventate barzellette esilaranti anche per il personale addetto alla preparazione dei pasti.

Ogni volta che spariva qualcosa, sia che si trattasse di arnesi o vivande, veniva incolpato il fantomatico spirito dai calzini rossi. Sembrava, anche, che lo stesso si dilettasse nell’assaggiare i piatti, spesso dimezzandone il contenuto.

Mortimer, di bocca buona e dall’appetito vorace, era magrissimo. Nessuno riusciva a giustificare il suo esile aspetto, contro la quantità di cibo che riusciva a ingurgitare. Molly lo inseguiva per la cucina con il mestolo e lui, correndo intorno ai banchi, ripeteva che era stato il fantasma dai calzini rossi.

Furono ore impegnative, ma altrettanto divertenti, ricche di risate, calici di brandy e sigari irlandesi, davanti al camino acceso che riusciva sempre a riscaldare gli animi e riempire i cuori.

Le corse forsennate di Astrideide dietro a Inuthron erano come uno scoiattolo dietro alla lepre, che si nascondeva ovunque, compreso le gambe di Belifar, coperte abilmente dalla tunica e dal suo inseparabile “plaid da camino”. Quando raramente riusciva a prenderlo lo faceva morire di solletico. Era un piacere vedere la purezza di quel bambino e l’affetto sincero della ragazza, che si era legata a lui come una sorella.

Anche se il piccolo non parlava, riusciva a farsi capire perfettamente. Non era chiaro se fosse imputabile ad una disfunzione fisica di mutismo o fosse solamente collegato ad un fattore emotivo. Non ebbi mai il coraggio di chiederlo.

Inuthron venne da Alfred, che mi sedeva accanto, un paio di volte, per farsi tenere in braccio. Sembrava cercasse affetto da tutti, ma in realtà era come se sapesse chi aveva più bisogno di conforto. Mi colpì il modo in cui mi sfiorò il viso e guardandomi profondamente con quegli occhi quasi rosa, mi prese la mano e disegnò sul palmo una lettera, la elle. Alfred, che osservò tutta la scena, rimase colpito almeno quanto me. Mia madre si chiamava Lilly.

Dire che era albino sembrava un’eresia. Se gli albini avevano i capelli biondo chiarissimo, i suoi erano bianchi quasi trasparenti. E la leggenda degli occhi rossi era vera: Inuthron aveva gli occhi rosa, viola, di un colore non definibile ma meravigliosi.

Le barzellette di Pentecoste, forse per i suoi modi buffi di muoversi o forse per la travolgente e contagiosa simpatia, riuscivano a farci piangere dal ridere.

Narcisuss era bellissima, ma molto mascolina e pungente nel parlare. Sopratutto battibeccava spesso con Belifar, che, con il suo fare biblico, cercava di domarla docilmente. Tentava di convincerla che non era necessario che si vestisse da militare anche quando c’erano occasioni di festa e cene informali. Forse, nel profondo, desiderava vederla nei panni di una donna.

Il sacerdote aveva uno sguardo magnetico, gli occhi azzurri come il mare che riuscivano a infondere pace solo a guardarli. L’aspetto saggio e paterno metteva tutti a proprio agio. Anche se ciò che diceva sembrava scendesse direttamente dall’olimpo delle sacre scritture, aveva nello stesso tempo  un’atteggiamento molto familiare.

Spencer e Frank partecipavano volentieri alle discussioni, ridendo con noi alle varie battute, ma non erano particolarmente loquaci.

Hector sembrava un guerriero vichingo, ma aveva un humor tutto britannico. Pungente e perspicace, adorava il sigaro, la buona compagnia e sopratutto il buon scotch. Di padre polacco e madre scozzese, quella sera indossava il kilt e, dopo una serie di calici di vino, prese la cornamusa e ci regalò degli istanti preziosi con una musica spettacolare, che riuscì a toccare il cuore di tutti.

Un altro amante dei sigari era Arthur. Mi piacque dal primo istante, paterno e distinto signore dai modi gentili e dallo sguardo profondo. Sempre impeccabile nel vestire, mostrava affetto per tutti, ma avrebbe dato la vita per Alfred. Lo considerava come un figlio. Quello che non aveva mai avuto. La moglie era morta di cancro durante la gravidanza, perdendo il bambino che aspettavano e lasciandogli un vuoto incolmabile nel cuore.

Hidryon sedeva accanto al camino, con una caviglia appoggiata sull’altra gamba, un braccio a penzoloni, indossando jeans sgualciti e un golf accollato. Con quello sguardo da duro imperturbabile osservava tutti con attenzione. Ma alla prima battuta sarcastica o a qualche freddura di Hector si sbellicava dal ridere come gli altri.

Aveva sofferto molto, si poteva capire solo guardandolo in quegli occhi da animale ferito. L’infanzia precaria, i maltrattamenti del padre e la malattia lo avevano provato molto, oltre al fatto che restava un essere fuori dal comune. Da quello che capii non aveva avuto molta fortuna con le donne e, malgrado la sua avvenenza e l’indiscutibile bellezza, era profondamente solo. Ma quella strana famiglia, composta da perfetti sconosciuti, aveva saputo ridargli il sorriso.

Alfred mi aveva coccolato silenziosamente per tutta la sera, porgendomi la mano o guardandomi profondamente, cercando di non interrompere le varie discussioni intraprese durante la serata.

Verso mezzanotte decidemmo di salutarci per andare a dormire. Inuthron dormiva già da parecchio in braccio ad Arthur e Astrideide si era appisolata sul tappeto davanti al camino.

La notte, credo, sia fatta per amarsi. Il buio e la penombra erano il contorno perfetto di due anime che si cercavano, che si nutrivano uno dell’altra.

Le sue carezze e i suoi baci erano nettare per me. La sua pelle color del tramonto, dolce come miele, scivolava sotto le mie dita al tocco vibrante del suo corpo. Le nostre menti e le nostre labbra viaggiavano nell’infinito spazio degli amanti. Quello spazio dove non esiste né inizio, né fine.

Facevamo l’amore anche con le mani. Tutto il resto danzava in quella melodia di sensualità e di passione.

Avrei voluto che il tempo non finisse mai, che si fermasse a quegli istanti preziosi.